martedì 17 maggio 2011

Brava Giulia




- E il tuo sogno nel cassetto, ce l’hai ancora?

Si versò dell’altro vino sotto lo sguardo sorridente dell’uomo, frugando velocemente nella sua memoria per capire a cosa si riferisse.

La lista dei progetti e delle “cose che prima o poi farò” era lunga, ma niente era così importante da potersi definire un sogno nel cassetto.



- Il tuo sogno nel cassetto – la incoraggiò lui – avere un compagno, ci pensi ancora?



L’uomo sembrava così sicuro di quel che diceva che per un attimo dubitò di se stessa.

Eppure era convinta che mai, nei suoi discorsi, aveva menzionato il desiderio di avere qualcuno accanto se non, forse, in uno di quei momenti di solitudine e stanchezza che ogni tanto le capitavano.



Sfoderò un sorriso il più possibile convincente mentre rispondeva che no, avere un compagno non rientrava nelle sue aspettative e che si, lei stava bene con se stessa.



Lui la interruppe elencandole quelle che credeva fossero le sue ferite non ancora del tutto rimarginate, le paure che avrebbe dovuto decidersi a superare definitivamente, che le impedivano di essere veramente se stessa.



Provò a riappriopriarsi della conversazione parlandogli di equilibri raggiunti a fatica che non aveva intenzione di compromettere se non ne fosse davvero valsa la pena.

Ma venne interrotta di nuovo.



- L’equilibrio non lo comprometti, se hai di questi timori vuol dire che il tuo non lo hai ancora trovato.

Giocò infine la carta dell’amore


– Potrei anche pensarci se mi dovesse capitare di innamorarmi ancora.



La guardò come si guarda una bimba che ha appena affermato di credere agli gnomi, alle fate e ai boschi incantati. E le disse che no, l’amore non esiste, esistono solo individui con i loro bisogni che provano a costruire un percorso insieme.



In un altro momento forse si sarebbe appassionata al discorso e avrebbe ribattuto trasformando quel semi-monologo in un dialogo, contrapponendo le sue incertezze alle certezze dell’uomo. Quella sera però le mancava la voglia, e la testa le girava per il vino.



Così lo lasciò parlare limitandosi ad annuire, anche quando lui volle dire la sua sul rapporto con suo figlio, anche quando criticò benevolmente i suoi gusti musicali, che non si addicevano ad una donna come lei.

Finchè fu l'ora dei saluti.



A casa ripensò alle parole dell’uomo, per quanto le seccasse che un estraneo avesse scavato così a fondo nel suo essere analizzando le poche parole che si erano scambiati, forse ci aveva visto giusto. Non aveva ancora raggiunto il suo equilibrio definitivo.

Lo avrebbe trovato, da sola.



Assaggiando, testando, seguendo l’inclinazione del momento, sbattendo la testa contro un muro, cadendo e sbucciandosi le ginocchia per poi rialzarsi e continuare a camminare fino alla prossima caduta. A ritmo di rock, avvolgendosi in un blues, perdendosi in una ballata romantica.

O canticchiando una canzone di Vasco, anche se i suoi testi non erano abbastanza profondi per lei, anche se quel tipo di musica non si addiceva ad una donna come lei.



Non aveva fretta.

Ma soprattutto, non aveva bisogno di un mentore che le indicasse la strada da seguire.

1 commento:

Antonio ha detto...

e poi quel mentore parla troppo e ascolta poco, per essere un mentore.