Lara si era alzata presto quella mattina, nonostante fosse domenica.
Aveva fatto colazione accarezzando pigramente il gatto, e poi era uscita fuori a stendere i panni.
La notte aveva lasciato una patina di ghiaccio sui parabrezza delle macchine parcheggiate in strada. L’aria era ancora rigida, le mani le dolevano per il freddo e si era dovuta fermare più di una volta a riscaldarle prima di proseguire con il bucato. Poi era tornata in casa, aveva richiuso in fretta il balcone, ed aveva iniziato a lavare i piatti della sera prima canticchiando sottovoce un motivetto scemo per non svegliare suo figlio che ancora dormiva.
Fu un attimo, una frazione di secondo. Lara ebbe la sensazione precisa che qualcosa era cambiato, come se il mondo si fosse spostato di mezzo millimetro dalla linea sulla quale aveva camminato fino ad un istante prima.
Posò nel lavello il piatto che stava insaponando e stette immobile a sentire l’aria. C’era stato un cambiamento quasi impercettibile negli odori, forse. O era il rumore del silenzio che non era uguale, sembrava più ovattato, attutito.
Asciugò le mani al grembiule, si girò verso la finestra e sorrise: l'aveva sentita prima ancora di vederla, un attimo prima che cominciasse a venire giù.
La neve era una cosa insolita dalle sue parti, anche in pieno inverno. Trattenne a stento l’impulso di svegliare suo figlio, e rimase per un po’ a guardare i fiocchi che si scioglievano appena toccavano l’asfalto. Poi riprese a lavare i piatti, riprendendo a canticchiare il motivetto scemo.
- Mi ha chiamato l’avvocato l’altro giorno – disse più tardi l’uomo seduto al tavolo della sua cucina, fissando lo sguardo sulla sigaretta appoggiata nel piattino che Lara gli aveva dato da usare come portacenere – i tre anni sono trascorsi, bisogna pensare al divorzio.
Qualcuno le aveva detto un tempo che il divorzio sarebbe stato più duro da affrontare rispetto alla separazione. Perché è definitivo, forse. O perché riapre vecchie ferite.
Attese, immobile, che arrivasse la botta, e si preparò ad attutirla. Cercò un dolore, anche piccolo, in un punto qualsiasi del corpo. O un rimpianto, una fitta, un rigurgito di rabbia, una cosa qualsiasi.
Ma non successe nulla.
Pensò piuttosto che ci sarebbero voluti dei soldi per l’avvocato. E che non aveva nessuna voglia di tornare in tribunale.Pensò che avrebbe dovuto abituarsi a declinare il nuovo stato civile. E che il suono del sostantivo “divorziata” non le piaceva affatto. Pensò che non c’era poi tutta questa fretta di regalare altri soldi all'avvocato, anche perché mentalmente lei aveva divorziato prima ancora che scadessero i tre anni.
Pensò che il divorzio altro non era che una formalità di cui non aveva voglia di occuparsi in quel momento..
Pensò tutto questo e lo disse all’uomo che fissava il mozzicone nel piattino.
- Beh, certo, se è solo una formalità…- disse lui senza completare la frase, accendendosi un’altra sigaretta.
Lara pensò che con quegli occhiali l'uomo assomigliava molto a suo padre. E come suo padre stava diventando vecchio. Pensò che avrebbe dovuto provare un po' di tenerezza per quelle righe lasciate dal pettine tra i capelli radi, o per le scarpe tirate a lucido, come al suo solito. Pensò pure che avrebbe dovuto aggiungere qualcosa per mitigare il tono indifferente col quale aveva detto che scrivere la parola fine sul loro matrimonio era solo una formalità. Ma non le venne in mente niente.
Spostò lo sguardo alla finestra, c'era ancora qualche fiocco di neve nell'aria. Pensò che se l'uomo e suo figlio non si fossero sbrigati ad uscire a lei sarebbe toccato protrarre le pulizie nel pomeriggio.
Pensò che era stato bello, quella mattina, sentire la neve un attimo prima che venisse giù.
.. ma poi ho camminato tanto e fuori c'era un grande sole che non ho più pensato a tutte queste cose...
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giovedì 25 giugno 2015
venerdì 5 giugno 2015
Insert coin if you want to play
-
- - Ciccio, sono stufa di essere io. Voglio
dissociarmi da me stessa, voglio diventare una donna soddisfatta di quello che
ha. Voglio essere stabilmente serena e mediamente appagata nel tempo, basta con
‘ste montagne russe, mezzora in cielo per poi precipitare nell’insoddisfazione
grigia e sbruffosa.
- - Ma che ti manca?
- - Quello che non ho. Se ho il fuoco voglio il
ghiaccio. Ho il ghiaccio e sogno caminetto e plaid, mi danno il plaid e voglio
un kitesurf. Che poi che cazzo ci faccio io con un kitesurf che a malapena so
nuotare…
- - Te devi fare come la Tiziana.
- - Va in kitesurf avvolta nel plaid?
- - Più o meno. Ha due uomini. Con uno ci fa gran
discorsi che appagano la sua mente, e tra un discorso e l’altro scopano a
livelli accettabili. L’altro è un idiota che parla solo di calcio e di sua
madre ma in compenso è un distributore automatico di orgasmi.
- - ‘na
roba tipo “Insert coin and play again”?
- - Tipo.
- - Ciccio, io monete non ne tengo manco per il distributore
del caffè. Pago sempre con la carta di credito.
-
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venerdì 20 dicembre 2013
Alone together
distributore del caffè prima che inizi la ressa, e
tra una parola e uno sbuffo di fiato condensato per il freddo capisci che quello, anche da lontano, non ha mai smesso di occuparsi di te, c'è chi vigila al posto suo che non ti metta nei guai, col carattere del cazzo che ti ritrovi.
Ammutolisci pensando ancora una volta a quanto sia ingiusto lo spreco di sentimenti non corrisposti.
Ti stringi un po' di più nel cappotto, che ti pare che il freddo sia diventato più freddo, le facce intorno a te più ostili, il senso di vuoto che da qualche giorno ti porti dentro più profondo, e ti chiedi come sarebbe stato se...
mercoledì 18 dicembre 2013
Untitle
La ragazzina armata di spatola e cera mi gira intorno strappando peli e intanto mi parla del sesso col suo ragazzo con una naturalezza inimmaginabile per me alla sua età.
Mi torna in mente stamattina, il ricordo della sua risata gioiosa stride col mio gesto istintivo di chiudere a chiave la porta del bagno.
Sono sola in casa, da quale sguardo indiscreto mi devo proteggere?
Vedi madre, molte delle cose che mi hai insegnato le ho infilate negli angoli più nascosti di cassetti e stipetti. Qualcosa della tua rigida educazione però sopravvive, nonostante tutto.
Ho veramente poco da rimproverarti, madre.
Ci sei stata sempre nei bisogni materiali moltiplicando le energie con una forza che io non ho, e provi ad esserci ancora anche se il tuo fisico malato non ti permette più di essere quella di un tempo.
Ma mi hai lasciata sola nel compito più complicato.
Essere donna, prima che moglie e madre e figlia e sorella.
E' stata la bionda, proprio quella che ad una occhiata avevi giudicato come "zoccola", ad insegnarmi che più che le teglie di lasagne al forno e le cotolette cotte con attenzione perchè la panatura risultasse appena dorata come piaceva a lui, aiuta una sfilza di mutande di pizzo e calze autoreggenti stese in bella mostra ad asciugare.
Io le mie mutande di pizzo le appendo allo stendino al riparo da occhi indiscreti, che tra l'essere come la bionda e l'essere come te c'è una ragionevole via di mezzo che percorro tra dubbi e consapevolezze.
Ho un rimpianto stamattina, madre. Non avere avuto una figlia femmina.
Le avrei insegnato anche a cuocere alla perfezione le cotolette dorandole senza farle bruciacchiare. Ma soprattutto l'avrei aiutata e incoraggiata e sostenuta nel suo percorso di donna.
Non l'avrei soffocata con i no e i non si fa e i non si dice.
Li rispedisco al mittente i tuoi no, madre.
Mi tengo l'amore incondizionato che ho per te, che tu hai per me.
Con la consapevolezza che tu, meglio di così, non avresti potuto, saputo fare.
venerdì 6 dicembre 2013
L'uomo ideale
Lei non ce l’aveva, un uomo ideale.
Ma se l’avesse avuto, avrebbe dovuto essere alto, più alto di lei.
E imponente, che si capisse subito, alla prima occhiata, a
chi apparteneva il ruolo dell’uomo tra i due.
Avrebbe dovuto vestire di quel casual raffinato non troppo
modaiolo, fintamente trasandato ma comunque elegante: jeans di buon taglio,
camicia, pullover in tinta unita, giacca, e perché no, anche una di quelle
sciarpe morbide morbide che se le annodi nel modo giusto danno quel tocco in
più.
Barba e capelli lunghi ci potevano stare, purchè curati.
E poi modi
pacati, voce profonda, eloquio tranquillo e garbato che sale di tono quando la
discussione appassiona.
Che altro?
Guardò l’uomo intento ad infilarsi i calzini cercando
ispirazione.
Alto non era, coi tacchi lo superava.
Imponente nemmeno, anche se non si poteva definire gracile.
Casual assolutamente si: non le veniva in mente niente di
più casuale del criterio con cui stava infilandosi indumenti su indumenti.
Camicie manco a parlarne. Giacca, non pervenuta.
Barba e capelli quelli c'erano, era la cura che mancava.
Sull’eloquio tranquillo e garbato meglio stendere un velo
pietoso.
Eureka! Il culo.
Il suo uomo ideale avrebbe dovuto avere un bel culo.
E lui, il casual, ce l’aveva. Due chiappe belle tonde e polpose
da fare invidia ad una donna.
Peccato che le nascondeva in quei cazzo di jeans sformati,
manco a potersene far vanto, manco a poter dire alle amiche “Toh, bestie,
guardate che bel culo mi porto a spasso, rosicate voi coi vostri piattumi!”
- Andiamo?
Il casual era pronto, era ora di andare.
Trattenne l’impulso di chiedergli ago e filo per sistemargli
il buco che aveva nel maglione.
Lei non ce l’aveva, un uomo ideale, ma era sicura che se l’avesse
avuto non poteva essere uno che usciva con un buco nel maglione.
Si interrogò una volta di più su quali fossero i meccanismi che
regolano l’attrazione tra un uomo e una donna.
Smise di cercare risposte quando lui la bloccò sulla porta e
ricominciarono a baciarsi.
Tornando in camera, dell’uomo ideale rimasero solo le chiappe
tonde e sode.
venerdì 1 giugno 2012
20 consigli per guarire un cuore infranto
Il banner campeggiava sulla home page di Msn, ieri.
Ho cliccato ed ho iniziato a leggere.
Il primo consiglio era “ Concedersi un bagno da regina”.
Non sono andata oltre.
Ho smarrito il tappo della vasca da bagno non so più quanto tempo fa.
Mi tengo il cuore infranto.
Anche perché l’idea di mettermi a mollo come un baccalà con una corona di cartapesta in testa non è che mi scompinferi più di tanto.
Ho cliccato ed ho iniziato a leggere.
Il primo consiglio era “ Concedersi un bagno da regina”.
Non sono andata oltre.
Ho smarrito il tappo della vasca da bagno non so più quanto tempo fa.
Mi tengo il cuore infranto.
Anche perché l’idea di mettermi a mollo come un baccalà con una corona di cartapesta in testa non è che mi scompinferi più di tanto.
L’insostenibile pesantezza dell’essere
L’insostenibile pesantezza dell’essere.
Dell’essere convinti, intendo.
Belli.
Intelligenti.
Spiritosi.
Interessanti.
Bla.
Bla.
Bla.
Uff.
martedì 31 agosto 2010
venerdì 27 agosto 2010
Spiriti liberi

La notizia è vecchia di due settimane ma mi è rimasta sul gozzo insieme al pranzo di ferragosto, per cui tanto vale ricicciarla fuori così ci mettiamo l'anima in pace e non se ne parla più.Intanto ammetto di essere un po’ prevenuta: uno che di nome fa Eusebio non so perché, ma d’istinto non mi fa ben sperare sulla sua perspicacia. Se poi al nome da fessacchiotto si aggiunge l’aggravante della militanza nel PDL ce n’è abbastanza per farlo rientrare a pieno titolo, secondo il mio personalissimo metro di giudizio, nella categoria dei “diversamente dotati di facoltà intellettive”.Detto questo, io c’ero.Al concerto dei Litfiba, intendo. Non proprio a quello incriminato, ma tanto i discorsi erano più o meno gli stessi.Ed ho esultato.Ad ogni invettiva contro il governo, l’opposizione, la mafia, santa romana chiesa, i massoni, io ho esultato e applaudito, insieme ai ragazzi del pubblico.Proprio quelli di cui tanto si preoccupa il solerte assessore alla cultura e alle politiche giovanili del comune di Palermo.Che teme, poverino, che le giovani menti possano essere fuorviate e plagiate dall’uomo nero che si professa spirito libero e che si è rotto il cazzo (solo lui?) di Dell’Utri e Papi e compagnia bella (bella? Vabbè, si fa per dire!).Ora io non mi soffermerei più di tanto sul fatto, ovvio, che è ancora in vigore l’articolo 21 che garantisce a tutti il diritto di esprimere il proprio pensiero nei modi che ritiene opportuno, ivi compresa la musica, per quanto la cosa possa dar fastidio a qualcuno.Vorrei piuttosto rassicurare il buon Eusebio spiegandogli che buona parte dei ragazzi che va ai concerti applaude e acclama trascinata dalla foga del momento, per qualsiasi stronzata dica il tizio di turno col microfono in mano. Per cui stia pur tranquillo, il nostro assessore, che le parole di Pelù hanno attraversato le testoline dei giovani virgulti giusto il tempo di entrare in un orecchio e uscir dall’altro senza lasciare tracce o residui alcuni: la disponibilità di cervelli lobotomizzati da convertire al sacro culto di Silvio da Arcore è integra!Poi ci sono quegli altri. Quelli che un’opinione già ce l’avevano prima di varcare il cancello dello stadio. Quelli che erano coscienti dello schifo che c’è la fuori prima ancora che l’uomo nero lanciasse i suoi strali dal palco. Quelli che applaudivano e acclamavano non solo per far caciara, ma anche perché il cazzo, di Dell’Utri e papi e compagnia bella se lo sono rotti per davvero.E per quelli il buon Eusebio bisogna che si rassegni. Che ormai è troppo tardi per trasformarli in soldatini amorfi dell’esercito dell’Amore. Hanno il brutto vizio di pensare con la loro testa. Anche se di questi tempi non va molto di moda.p.s.: questa non vuol essere una difesa a Pierò Pelù, che non mi sta nemmeno tanto simpatico, si atteggia un po’ troppo per i miei gusti. E' solo che ho molta più fiducia nell’intelligenza dei ragazzi di quanta non ne abbia il buon Dalì. Che farebbe bene, lui si, a chiedere scusa ai giovani siciliani per le sue parole.
mercoledì 7 luglio 2010
Il Signor Nessuno.
La notizia è vecchia di più di una settimana, ormai.
Come vecchia è la notizia della morte di Pietro Tarricone.
Massimo rispetto per entrambi, per carità, si però...
Uno è morto per sfizio, lanciandosi col paracadute.
L'altro è morto in ospedale dopo un incidente sul lavoro alla ThyssenKrupp di Terni.
Dell'uno si è parlato perfino al tiggì.
Sull'altro, silenzio di tomba.
Si, lo so, Leonardo Ippoliti non era famoso, è dovuto morire perchè qualche blogger si occupasse di lui.
Però aveva un bel sorriso, e doveva essere un compagnone, almeno a giudicare dalle foto che i suoi colleghi hanno mandato su youtube.
Loro, i colleghi, pare non abbiano nemmeno potuto partecipare al suo funerale.
Azienda e sindacati hanno deciso che la fabbrica non poteva fermarsi, nemmeno per un turno, nemmeno per dare l'ultimo saluto al signor nessuno.
All you fascists
Si, lo so, non si fa.
Infierire sul nemico, dico. Non si fa.
Non è politically correct. Non è fine.
Non è da signore per bene.
Però io, che sono popolana, del bon ton me ne frego e infierisco.
Oh.
No, perché non se ne può più, di incassare con stile e eleganza.
Qua bisogna reagire.
Bisogna passare al contrattacco.
Bisogna usare le loro stesse armi.
Così l’ho fatto.
Ho stampato l’articolino che parla del consigliere provinciale del PDL.
Si si, proprio lui, il novello Mussolini. Quello che, in preda a visioni mistiche per consumo eccessivo di coca, si è affacciato al balcone facendo proclami.
Qualcuno poteva avvisarlo, però, che non era il balcone di piazza Venezia, ma quello della casa delle trans su cui stava indagando.
E quindi niente.
Ho stampato l’articolino, ci ho scritto su due note a margine, e l’ho consegnato al mio collega destrorso, appena rientrato dalle ferie. Lo stesso che mi aveva massacrata all’epoca dei fatti di Marrazzo. Devo ammettere che ha reagito sportivamente. Mi ha perfino offerto il caffè.
Si, lo so, non si fa.
Stuzzicare un laido maiale fascista, dico, non si fa.
No, perché con l’aria che tira non si sa mai, come andremo a finire.
E se arriva davvero la dittatura, quello, l’autista porco e fascista, come minimo lo mettono in uno squadrone della morte.
E allora si, che sarebbero cazzi amari!
Prudenza, occorre prudenza! Che i tempi sono bui e il futuro incerto.
Solo che a essere prudenti non ci si diverte.
E invece io, l’altra mattina, ho ghignato come una matta.
L’ho aspettato al varco.
L’autista porco e fascista, dico.
Quello che da sei anni mi rompe le palle chiedendomi il voto ad ogni elezione pur sapendo benissimo da che parte sto, e poi attacca la solita filippica anticomunista tipica del fascista idiota.
Quello che più lo tratti di merda e più ti srotola tre metri di lingua manco fosse un labrador all’equatore.
La musica ce l’avevo già pronta nel media player.
La gambetta l’ho accavallata al momento giusto, girandomi di tre quarti sulla poltrona intanto che partiva a tutto volume “Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce e portate il martello...”
Il messaggio era chiaro: tu bestia fascist, io bella comunist, gira al largo che non c’è trippa per gatti!
Ma non sono del tutto sicura che lo abbia recepito!
D'altronde, da un fascista, per giunta stupido, per giunta laido, cosa ti vuoi aspettare...
lunedì 28 giugno 2010
Ci penso da sola
Sarò sincera: Berlusconi mi è rimasto sul gozzo fin dal discorso della sua discesa in campo , e l’antipatia è andata aumentando negli anni trasformandosi nell’insofferenza attuale.
Non ho mai creduto ai suoi proclami anche per partito preso.
Per cui ci sta pure, che io arricci il naso per antipatia congenita verso il premier e i suoi uomini ogni volta che il governo del fare annuncia l’ennesima vittoria.
Però sono una donnina ragionevole, pronta a ricredersi e ad ammettere la sua malafede, se me ne danno motivo.
Facciamo così.
Giovanardi mi spieghi come ha fatto a contarli ad uno ad uno, ed io gli crederò sulla parola.
Mi spieghi come fa a sapere che i consumatori di sostanze stupefacenti sono passati dai 3.934.450 del 2008, ai 2.924.500 del 2009, e mi metterò in ginocchio sui ceci tre ore cantando ininterrottamente “Meno male che Silvio c’è” per pagare pegno per aver dubitato.
Mi basta questo.
Al resto ci penso da sola.
A rileggere i dati nel modo corretto, ci penso da sola.
A non abbassare la guardia, certa che il problema delle tossicodipedenze è ben lontano dall'essere risolto, ci penso da sola
A schifarmi per l’ennesima parassita propaganda governativa, ci penso da sola.
sabato 19 giugno 2010
Bistecca, aragosta, una torta di mele, un gelato alla vaniglia e una Seven-Up
Leggo che negli Stati Uniti è stata eseguita la milleduecentosedicesima condanna a morte da quando è tornata in vigore la pena capitale, e che l'asettica inezione letale è stata sostituita dal più cruento plotone di esecuzione, e non capisco.
Non capisco, cioè, se a fare notizia sia l’esecuzione in sè, o piuttosto il modo in cui è stata messa in atto.
Punto sulla seconda chance, vista l’abbondanza di ragguagli forniti dai vari articoli.
Ora ne so molto di più sulla fucilazione.
So, per esempio, che il plotone era composto da cinque bravi anonimi e volonterosi cittadini. Che in caso di ripensamenti e pentimenti futuri, potranno sempre addormentare la coscienza pensando che l’unico fucile caricato a salve era il loro.
Poi so pure che le cartucce usate erano di quelle grosse, di quelle che servono per cacciare le bestie grosse, tipo orsi, o alci, o cervi.
O assassini condannati a morte, per l’appunto.
E ancora so che i bravi anonimi e volenterosi cittadini hanno mirato e sparato contro il bersaglio debitamente contrassegnato sul torace dell’uomo.
Nel senso che prima di sparargli gli hanno fatto un bel tatuaggio sul petto.
Un po’ come quando nei film americani vedi quei tizi costretti a scavarsi la fossa da soli.
Last, but not the least, la cena. L’ultima, of course.
So cosa ha mangiato il detenuto prima di morire. Bistecca, aragosta, una torta di mele, un gelato alla vaniglia e una Seven-Up.
Speriamo non gli sia scappato un rutto al momento supremo della dipartita.
Non sarebbe fine, suvvia…
Per fortuna in Italia la pena di morte non esiste. Non come in America, almeno.
Loro hanno tutto un rigido protocollo, che osservano punto per punto.
Fanno le cose per bene, gli americani
Noi invece ai protocolli siamo refrattari, che ci volete fare, siamo un popolo di arruffoni confusionari. Poi abbiamo la crisi, i soldi non bastano per pagare l'aragosta, i tatuaggi, i pallettoni grossi.
Allora ci arrangiamo, improvvisiamo, ce la sbrighiamo alla comevieneviene.
E consci dei nostri limiti, non osiamo chiamarla condanna a morte.
No.
La chiamiamo “morte per cause naturali”. In gergo, “pestaggio selvaggio”
Ovviamente tutto fatto con discrezione, che mica vogliamo turbare le coscienze dei bravi cittadini.
Per dire, di questa esecuzione avvenuta nel luglio 2003, voi avevate mai sentito parlare?
Io no. Ci ho sbattuto il naso ieri sera.
E guardando queste foto, ho provato profonda vergogna, per aver vissuto sette anni nell’ignoranza.
lunedì 14 giugno 2010
Voglio l'erba voglio
È che poi, ripensando a certe conversazioni hot con la mia amica Puccy, un po’ mi scoccerebbe sapere di essere stata intercettata.
No, perché è la distanza che ci frega, a me e alla Puccy. Che se abitassimo vicine vicine certe confidenze ce le faremmo sedute sul divano di casa, tra un caffè e una sigaretta. Invece no, stiamo a mille chilometri di distanza, e allora ci tocca parlare al telefono, e ci sono di quelle volte li che… vabbè, soprassediamo.
E quindi lo posso capire, che a quelli gli roda un pochetto che i loro affarucci privati siano stati messi in piazza.
Il punto è, però, che a noi, che già abbiamo i cacchi nostri cui pensare, poco ce ne impipa delle loro puttanate. Si, vabbè, abbiamo fatto tutti dell’ironia sul coso di Berlusconi che sta su a furia di siringhe, o sullo strano modo di curare l’artrosi di Bertolaso. Ma è perché siamo brava gente, preferiamo buttarla sul ridere piuttosto che impugnare un bastone, una mazza di scopa, il tubo dell’aspirapolvere, per andare a suonargliele di santa ragione, a questi stronzi che vendono la nostra pelle per un culo sodo.
E allora niente, se proprio vogliono tutelare la privacy, lo facciano pure un decreto che impedisca di divulgare notizie su chi scopa chi e/o cosa. Ma poi la piantino li. Perché tutto il resto io lo voglio sapere.
Voglio sapere cosa e chi c’è dietro le stragi di Capaci e Via d’Amelio, anche se già una “vaga” idea ce la siamo fatta. Così come voglio sapere se il tizio che mi rappresenta è colluso con la mafia.
Voglio sapere se un bastardo violenta un ragazzino, e lo voglio sapere pure se porta la tonaca.
Li voglio guardare, i coglioni col distintivo che prendono a botte un ragazzo solo perché si trova al momento sbagliato, nel posto sbagliato, col giubbetto del colore sbagliato.
E voglio guardare ancora le foto del corpo martoriato di Stefano Cucchi e sentire la rabbia che mi sale dentro al pensiero di come si può morire di botte e di indifferenza nelle strutture dello Stato.
Voglio sapere che cosa gira dietro al nucleare, al ponte sullo stretto, alle forniture agli ospedali.
Voglio che sia documentato e diffuso ogni genere di illecito che danneggi, anche in minima parte, la comunità. E pazienza se rischierò di andare in overdose da informazioni, se la testa mi scoppierà e la mascella mi si serrerà. E’ un problema mio, troverò modo e maniera di filtrare seguendo la mia logica, non quella impostami dall’alto.
E poi voglio esser libera.
Di diffondere, di smentire le smentite.
Di diffondere, di smentire le smentite.
Ma soprattutto, voglio che siano liberi di fare i loro lavoro magistrati e forze dell’ordine, anche con l’uso delle intercettazioni. E pazienza se, per qualche strambo motivo, in un assolato e noioso pomeriggio di giugno, un carabiniere sonnacchioso all’improvviso si desterà dalla sua apatia e ridacchierà sotto i baffi, ascoltando la Puccy , che siccome che lei è toscana, e i toscani si sa come sono, hai presente Benigni, no…
venerdì 11 giugno 2010
Un altro finale
Tu lo sai già, come va a finire.
Anche se il film non l’hai ancora visto, lo sai già come va a finire.
Pure ci speri.
Che qualcuno intervenga a cambiare la sceneggiatura, che il contadino trovi il coraggio di non tradire i guerriglieri, che il popolo insorga contro il governo oppressore rivendicando i propri diritti, che l’eroe buono non venga catturato e poi ucciso.
Ma il cursore del media player corre veloce, e a te non resta che assistere impotente, al finale previsto
D’altronde è scritto nei libri di storia, si sa già come va a finire.
La storia dei mondiali in Sudafrica invece non è ancora stata scritta, eppure tutti sembrano sapere come finirà per l’Italia. Tu te ne freghi e continui a sperare in un bel finale.
Intanto te la ridi.
Cannavaro e Buffon annunciano che devolveranno parte degli eventuali premi alla fondazione per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, e tu te la ridi. Ogni volta che qualcuno sbeffeggia uno degli ominidi verdi, te la ridi. E intanto speri in un cambio di sceneggiatura. Tipo che un bel giorno, nel bel mezzo di una manifestazione leghista, atterri sulla Pianura Padana un’astronave carica carica di tori alieni. I quali tori alieni si differiscono da quelli terrestri perché odiano il verde. Hai un’idea della scena? Da sbellicarsi dal ridere!
Ecco, ridiamoci su.
Che ci sono storie che non si sa mai come vanno a finire. Tipo che due si incontrano, si innamorano, si sposano, e poi dovrebbero vivere per sempre felici e contenti. E invece non si sa mai come va a finire.
Don Marcello da bravo parroco ha fatto stampare dei volantini che distribuisce ai novelli sposi, con le istruzioni per l'uso. Valide per la cerimonia, più che per il seguito.
Evitate gli sfarzi, raccomanda. Solo addobbi floreali semplici. Poche fotografie. L’importo minimo dell’offerta è di 150 euro.
Ora si attendono le raccomandazioni con relativo tariffario per battesimi, cresime e funerali.
A quando le offerte speciali?
Tu lo sai già, come va a finire.
E' una discussione simile ad altre già sentite, quella tra Francesco e la signora con gli occhiali firmati, lo sai già come va a finire.
Oggi dal parrucchiere, ieri al supermercato, ieri l'altro sul treno. Lo sai già come va a finire.
E allora li lasci parlare. Ascolti in silenzio la signora lamentarsi del fatto che non è riuscita a prenotare la sua settimana a Tropea, perché è tutto pieno fino a settembre, e la lasci blaterare, sulla crisi che non c’è, sui cattivoni che non rinunciano alle vacanze e costringono lei, e i suoi occhiali firmati, a restarsene a casa. In piena estate. Certo che ce n’è di ingiustizie a questo mondo!
Anche se il film non l’hai ancora visto, lo sai già come va a finire.
Pure ci speri.
Che qualcuno intervenga a cambiare la sceneggiatura, che il contadino trovi il coraggio di non tradire i guerriglieri, che il popolo insorga contro il governo oppressore rivendicando i propri diritti, che l’eroe buono non venga catturato e poi ucciso.
Ma il cursore del media player corre veloce, e a te non resta che assistere impotente, al finale previsto
D’altronde è scritto nei libri di storia, si sa già come va a finire.
La storia dei mondiali in Sudafrica invece non è ancora stata scritta, eppure tutti sembrano sapere come finirà per l’Italia. Tu te ne freghi e continui a sperare in un bel finale.
Intanto te la ridi.
Cannavaro e Buffon annunciano che devolveranno parte degli eventuali premi alla fondazione per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, e tu te la ridi. Ogni volta che qualcuno sbeffeggia uno degli ominidi verdi, te la ridi. E intanto speri in un cambio di sceneggiatura. Tipo che un bel giorno, nel bel mezzo di una manifestazione leghista, atterri sulla Pianura Padana un’astronave carica carica di tori alieni. I quali tori alieni si differiscono da quelli terrestri perché odiano il verde. Hai un’idea della scena? Da sbellicarsi dal ridere!
Ecco, ridiamoci su.
Che ci sono storie che non si sa mai come vanno a finire. Tipo che due si incontrano, si innamorano, si sposano, e poi dovrebbero vivere per sempre felici e contenti. E invece non si sa mai come va a finire.
Don Marcello da bravo parroco ha fatto stampare dei volantini che distribuisce ai novelli sposi, con le istruzioni per l'uso. Valide per la cerimonia, più che per il seguito.
Evitate gli sfarzi, raccomanda. Solo addobbi floreali semplici. Poche fotografie. L’importo minimo dell’offerta è di 150 euro.
Ora si attendono le raccomandazioni con relativo tariffario per battesimi, cresime e funerali.
A quando le offerte speciali?
Tu lo sai già, come va a finire.
E' una discussione simile ad altre già sentite, quella tra Francesco e la signora con gli occhiali firmati, lo sai già come va a finire.
Oggi dal parrucchiere, ieri al supermercato, ieri l'altro sul treno. Lo sai già come va a finire.
E allora li lasci parlare. Ascolti in silenzio la signora lamentarsi del fatto che non è riuscita a prenotare la sua settimana a Tropea, perché è tutto pieno fino a settembre, e la lasci blaterare, sulla crisi che non c’è, sui cattivoni che non rinunciano alle vacanze e costringono lei, e i suoi occhiali firmati, a restarsene a casa. In piena estate. Certo che ce n’è di ingiustizie a questo mondo!
mercoledì 9 giugno 2010
Carta bianca
Dunque, è estate.
Tornano le zanzare, la signora Pina da oggi tiene aperta bottega anche al mercoledì pomeriggio, sui marciapiedi spuntano i primi articoli per il mare, si rivedono in giro le solite facce nuove, cambia la programmazione in tv.
Quest’anno si prospetta un inizio d’estate caliente, se non per il clima che ancora arranca incerto sul da farsi, per i mondiali.
Persino Calderoli, rimasto senza leggi da ardere, dice la sua tanto per tenersi in allenamento con le vaccate, e intanto il direttorissimo manda in onda in apertura di tigì un servizio sul volo dei nostri eroi azzurri verso il Sudafrica. Lungo, molto lungo pare, per gli standard televisivi.
Il servizio, non il volo.
Il servizio, non il volo.
Chissà se i cassaintegrati dell’Asinara lo guarderanno, il mondiale, e con che animo.
Chissà se gioiranno, se imprecheranno, se criticheranno, se si improvviseranno commissari tecnici come il resto d’Italia.
Chissà se saranno ancora li, alla fine dell’estate, o se si saranno arresi e saranno tornati a casa.
Sempre ammesso che ce l’abbiano ancora, una casa. Che il mutuo, si sa, da solo non si paga.
Sempre ammesso che ce l’abbiano ancora, una casa. Che il mutuo, si sa, da solo non si paga.
Dunque, è estate.
Tra qualche giorno, ci scommetto, torneranno in tv Peppone e don Camillo.
Intanto è tornato Totò.
L'altra mattina davano I due colonelli, ci buttavo uno sguardo intanto che ciabattavo per casa.
Mi sono fermata a guardare la scena in cui Totò rifiuta di bombardare il paesino greco evitando così una strage di civili. Un rifiuto che si carica di dignità e voglia di riscatto man mano che va avanti, alimentandosi dell’arroganza e del disprezzo dell’ufficiale tedesco.
E tu che sei li, ferma a guardare, ti ritrovi a tifare per lui, manco fosse il portiere della nazionale che deve parare il rigore della salvezza. Ed è liberatorio come un pallone che entra nella porta avversaria a un minuto dalla fine, quel “Ci si pulisca il culo” urlato contro l’uomo con la carta bianca.
Pulitevici il culo. Non male come nome da affibbiare ad un movimento di disobbedienza civile.
Che poi, a loro, ai nostri colonnelli, nessuno gliel'ha mai data, carta bianca.
martedì 8 giugno 2010
Il settimo giorno
È che non ci si rende conto di quanto fanno schifo le schifezze sparse per casa, finchè non si utilizza un aspirapolvere ecologico.
Capelli, peli di gatto, polvere, briciole e residui vari, che presi singolarmente altro non sono che nei, lievi imperfezioni allo standard di ordine e pulizia che ritieni necessari per la tua tana, raggruppati tutti insieme in pochi decilitri di acqua diventano una mota schifosa, nerastra, puzzolente, vomitevole, che ti fà pensare con raccapriccio al fatto che, in quello schifo sparso per casa, hai dormito, mangiato, cantato, pensato, vissuto per alcune ore, senza rendertene conto.
Ed è li, mentre svuoti l’acqua sporca nel cesso, che capisci che Dio, se esiste, non può essere donna.
Altrimenti ci avrebbe pensato, a creare un enorme aspiramonnezza cosmico per le pulizie settimanali.
Giù il bottone e alè con il risucchio, via nella vaschetta dell’acqua pedofili preti e non, signori della guerra, spacciatori di merda, politici corrotti, mafiosi con la coppola o col colletto bianco, ladri di sogni, tizi che ridono alle tre del mattino mentre da un’altra parte dei ragazzi muoiono perché qualcun altro ha risparmiato sul cemento per pagare una mazzetta in culi sonanti.
Allora si, che avrebbe un senso, riposare il settimo giorno.
Capelli, peli di gatto, polvere, briciole e residui vari, che presi singolarmente altro non sono che nei, lievi imperfezioni allo standard di ordine e pulizia che ritieni necessari per la tua tana, raggruppati tutti insieme in pochi decilitri di acqua diventano una mota schifosa, nerastra, puzzolente, vomitevole, che ti fà pensare con raccapriccio al fatto che, in quello schifo sparso per casa, hai dormito, mangiato, cantato, pensato, vissuto per alcune ore, senza rendertene conto.
Ed è li, mentre svuoti l’acqua sporca nel cesso, che capisci che Dio, se esiste, non può essere donna.
Altrimenti ci avrebbe pensato, a creare un enorme aspiramonnezza cosmico per le pulizie settimanali.
Giù il bottone e alè con il risucchio, via nella vaschetta dell’acqua pedofili preti e non, signori della guerra, spacciatori di merda, politici corrotti, mafiosi con la coppola o col colletto bianco, ladri di sogni, tizi che ridono alle tre del mattino mentre da un’altra parte dei ragazzi muoiono perché qualcun altro ha risparmiato sul cemento per pagare una mazzetta in culi sonanti.
Allora si, che avrebbe un senso, riposare il settimo giorno.
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