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venerdì 5 giugno 2015

Insert coin if you want to play

-       

-       - Ciccio, sono stufa di essere io. Voglio dissociarmi da me stessa, voglio diventare una donna soddisfatta di quello che ha. Voglio essere stabilmente serena e mediamente appagata nel tempo, basta con ‘ste montagne russe, mezzora in cielo per poi precipitare nell’insoddisfazione grigia e sbruffosa.

-       -  Ma che ti manca?


-       -  Quello che non ho. Se ho il fuoco voglio il ghiaccio. Ho il ghiaccio e sogno caminetto e plaid, mi danno il plaid e voglio un kitesurf. Che poi che cazzo ci faccio io con un kitesurf che a malapena so nuotare…

-      -  Te devi fare come la Tiziana.


-       -  Va in kitesurf avvolta nel plaid?

-      -   Più o meno. Ha due uomini. Con uno ci fa gran discorsi che appagano la sua mente, e tra un discorso e l’altro scopano a livelli accettabili. L’altro è un idiota che parla solo di calcio e di sua madre ma in compenso è un distributore automatico di orgasmi.


-     -    ‘na roba tipo “Insert coin and play again”?

-      -   Tipo.


-        - Ciccio, io monete non ne tengo manco per il distributore del caffè. Pago sempre con la carta di credito.

-
 - Allora sparati.

mercoledì 18 dicembre 2013

Untitle



La ragazzina armata di spatola e cera mi gira intorno strappando peli e intanto mi parla del sesso col suo ragazzo con una naturalezza inimmaginabile per me alla sua età. 
Mi torna in mente stamattina, il ricordo della sua risata gioiosa stride col mio gesto istintivo di chiudere a chiave la porta del bagno. 
Sono sola in casa, da quale sguardo indiscreto mi devo proteggere?
Vedi madre, molte delle cose che mi hai insegnato le ho infilate negli angoli più nascosti di cassetti e stipetti. Qualcosa della tua rigida educazione però sopravvive, nonostante tutto.

Ho veramente poco da rimproverarti, madre.
Ci sei stata sempre nei bisogni materiali moltiplicando le energie con una forza che io non ho, e provi ad esserci ancora anche se il tuo fisico malato non ti permette più di essere quella di un tempo.
Ma mi hai lasciata sola nel compito più complicato.
Essere donna, prima che moglie e madre e figlia e sorella.

E' stata la bionda, proprio quella che ad una occhiata avevi giudicato come "zoccola", ad insegnarmi che più che le teglie di lasagne al forno e le cotolette cotte con attenzione perchè la panatura risultasse appena dorata come piaceva a lui, aiuta una sfilza di mutande di pizzo e calze autoreggenti stese in bella mostra ad asciugare.
Io le mie mutande di pizzo le appendo allo stendino al riparo da occhi indiscreti, che tra l'essere come la bionda e l'essere come te c'è una ragionevole via di mezzo che percorro tra dubbi e consapevolezze.

Ho un rimpianto stamattina, madre. Non avere avuto una figlia femmina.
Le avrei insegnato anche a cuocere alla perfezione le cotolette dorandole senza farle bruciacchiare. Ma soprattutto l'avrei aiutata e incoraggiata e sostenuta nel suo percorso di donna.
Non l'avrei soffocata con i no e i non si fa e i non si dice.
Li rispedisco al mittente i tuoi no, madre.
Mi tengo l'amore incondizionato che ho per te, che tu hai per me.
Con la consapevolezza che tu, meglio di così, non avresti potuto, saputo fare.

lunedì 16 dicembre 2013

Il profumo delle arance di Carlo è rimasto attaccato alle mie mani, resistendo all'odore chimico del detersivo dei piatti e della cera dell'estetista.
Ne ho sbucciate e mangiate due, appena arrivata a casa, giusto il tempo di riprendere fiato dopo aver fatto due piani a piedi con la cassetta piena zeppa che mi segava le dita, e la loro essenza mi si è incollata addosso.

Hanno un buon sapore, le arance di Carlo.
Buono come il suo sguardo limpido e sincero e come l'aria che si respira a casa sua.
Una casa tranquilla, pulita, ordinata, nelle campagne di Gabella, dove ogni cosa occupa un posto preciso, e le persone conoscono esattamente qual'è il loro ruolo e lo portano avanti senza dubbi o esitazioni.
Le due ragazze sedute composte intrattengono l'ospite conversando come signorine di altri tempi. 
La moglie si vede dal piglio che ha che è quella che dirige la baracca, ma restando sempre un passo dietro al marito, cui tocca il ruolo indiscusso di capo della casa.
E lui, il capo, travolto dalle chiacchiere di quattro donne, ogni tanto annuisce quando qualcuna lo chiama in causa, altrimenti ascolta silenzioso. 
Ma lo senti, lo capisci, che è il centro della casa, il perno attorno al quale ruota tutto.

E' una casa di altri tempi, la casa di Carlo, circondata dagli alberi di arancio. 
Qui tutto è esattamente dove deve essere, al suo posto. 
E per il tempo di un caffè mi ci sono sentita pure io, al mio posto, ho avuto anch'io un ruolo da portare avanti senza dubbi o esitazioni, eco di un passato lontano che non rimpiango ma che pure mi ha lasciato monca di qualcosa. 
Per il tempo di un caffè mi si è scrollato di dosso questo senso di incertezza del vivere entro confini tracciati nella sabbia che continuano a spostarsi ad ogni soffio di vento, ritrovando l'abbraccio rassicurante delle certezze di un perimetro ben tracciato.

venerdì 6 dicembre 2013

L'uomo ideale



Lei non ce l’aveva, un uomo ideale.
Ma se l’avesse avuto, avrebbe dovuto essere alto, più alto di lei.
E imponente, che si capisse subito, alla prima occhiata, a chi apparteneva il ruolo dell’uomo tra i due.
Avrebbe dovuto vestire di quel casual raffinato non troppo modaiolo, fintamente trasandato ma comunque elegante: jeans di buon taglio, camicia, pullover in tinta unita, giacca, e perché no, anche una di quelle sciarpe morbide morbide che se le annodi nel modo giusto danno quel tocco in più.
Barba e capelli lunghi ci potevano stare, purchè curati.
E poi modi pacati, voce profonda, eloquio tranquillo e garbato che sale di tono quando la discussione appassiona.
Che altro?

Guardò l’uomo intento ad infilarsi i calzini cercando ispirazione.
Alto non era, coi tacchi  lo superava.
Imponente nemmeno, anche se non si poteva definire gracile.
Casual assolutamente si: non le veniva in mente niente di più casuale del criterio con cui stava infilandosi indumenti su indumenti.
Camicie manco a parlarne. Giacca, non pervenuta.
Barba e capelli quelli c'erano, era la cura che mancava.
Sull’eloquio tranquillo e garbato meglio stendere un velo pietoso.

Eureka! Il culo.
Il suo uomo ideale avrebbe dovuto avere un bel culo.
E lui, il casual, ce l’aveva. Due chiappe belle tonde e polpose da fare invidia ad una donna.
Peccato che le nascondeva in quei cazzo di jeans sformati, manco a potersene far vanto, manco a poter dire alle amiche “Toh, bestie, guardate che bel culo mi porto a spasso, rosicate voi coi vostri piattumi!”

- Andiamo?
Il casual era pronto, era ora di andare.
Trattenne l’impulso di chiedergli ago e filo per sistemargli il buco che aveva nel maglione.
Lei non ce l’aveva, un uomo ideale, ma era sicura che se l’avesse avuto non poteva essere uno che usciva con un buco nel maglione.
Si interrogò una volta di più su quali fossero i meccanismi che regolano l’attrazione tra un uomo e una donna.
Smise di cercare risposte quando lui la bloccò sulla porta e ricominciarono a baciarsi.

Tornando in camera, dell’uomo ideale rimasero solo le chiappe tonde e sode.

mercoledì 18 maggio 2011

Era de maggio



Maggio, il primo caldo e il profumo esasperante dei tigli in fiore che acuiscono il senso dell'assenza, la mancanza.

Maggio e il punto e accapo che con te non è mai stacco definitivo, ma un lento trascinarsi e trasformarsi e altalenarsi di sensazioni, sentimenti, pensieri, rivisitazioni, conclusioni.

Maggio e l'inizio della fine che continua a riproporsi come un leit motiv che accompagna la tua vita: cambiano personaggi e situazioni, ma la trama della storia resta sempre quella.

Maggio e l'estate che quest'anno non esplode, e continua ad alternare giornate calde ad altre fredde e piovose, nelle quali il profumo dei tigli in fiore si disperde, rendendo meno pungente e doloroso il senso dell'assenza.

O forse è solo che ha ragione Lella, non si ama mai nello stesso modo e con la stessa intensità, e se sei già stata all'inferno una volta non ti può capitare di tornarci ancora.

Così che questo Maggio ha i colori tenui del Purgatorio, la certezza di una pena indefinita ma non infinita.


martedì 17 maggio 2011

Brava Giulia




- E il tuo sogno nel cassetto, ce l’hai ancora?

Si versò dell’altro vino sotto lo sguardo sorridente dell’uomo, frugando velocemente nella sua memoria per capire a cosa si riferisse.

La lista dei progetti e delle “cose che prima o poi farò” era lunga, ma niente era così importante da potersi definire un sogno nel cassetto.



- Il tuo sogno nel cassetto – la incoraggiò lui – avere un compagno, ci pensi ancora?



L’uomo sembrava così sicuro di quel che diceva che per un attimo dubitò di se stessa.

Eppure era convinta che mai, nei suoi discorsi, aveva menzionato il desiderio di avere qualcuno accanto se non, forse, in uno di quei momenti di solitudine e stanchezza che ogni tanto le capitavano.



Sfoderò un sorriso il più possibile convincente mentre rispondeva che no, avere un compagno non rientrava nelle sue aspettative e che si, lei stava bene con se stessa.



Lui la interruppe elencandole quelle che credeva fossero le sue ferite non ancora del tutto rimarginate, le paure che avrebbe dovuto decidersi a superare definitivamente, che le impedivano di essere veramente se stessa.



Provò a riappriopriarsi della conversazione parlandogli di equilibri raggiunti a fatica che non aveva intenzione di compromettere se non ne fosse davvero valsa la pena.

Ma venne interrotta di nuovo.



- L’equilibrio non lo comprometti, se hai di questi timori vuol dire che il tuo non lo hai ancora trovato.

Giocò infine la carta dell’amore


– Potrei anche pensarci se mi dovesse capitare di innamorarmi ancora.



La guardò come si guarda una bimba che ha appena affermato di credere agli gnomi, alle fate e ai boschi incantati. E le disse che no, l’amore non esiste, esistono solo individui con i loro bisogni che provano a costruire un percorso insieme.



In un altro momento forse si sarebbe appassionata al discorso e avrebbe ribattuto trasformando quel semi-monologo in un dialogo, contrapponendo le sue incertezze alle certezze dell’uomo. Quella sera però le mancava la voglia, e la testa le girava per il vino.



Così lo lasciò parlare limitandosi ad annuire, anche quando lui volle dire la sua sul rapporto con suo figlio, anche quando criticò benevolmente i suoi gusti musicali, che non si addicevano ad una donna come lei.

Finchè fu l'ora dei saluti.



A casa ripensò alle parole dell’uomo, per quanto le seccasse che un estraneo avesse scavato così a fondo nel suo essere analizzando le poche parole che si erano scambiati, forse ci aveva visto giusto. Non aveva ancora raggiunto il suo equilibrio definitivo.

Lo avrebbe trovato, da sola.



Assaggiando, testando, seguendo l’inclinazione del momento, sbattendo la testa contro un muro, cadendo e sbucciandosi le ginocchia per poi rialzarsi e continuare a camminare fino alla prossima caduta. A ritmo di rock, avvolgendosi in un blues, perdendosi in una ballata romantica.

O canticchiando una canzone di Vasco, anche se i suoi testi non erano abbastanza profondi per lei, anche se quel tipo di musica non si addiceva ad una donna come lei.



Non aveva fretta.

Ma soprattutto, non aveva bisogno di un mentore che le indicasse la strada da seguire.

giovedì 26 agosto 2010

Ciccio Bagiggio


Ma ve lo ricordate voi, Ciccio Bagiggio, quando da giovane girava per le strade del paese con il trerruote, vestito con un paio di pantaloncini, la canotta bianca a coste, le ciabatte di plastica blu, e la catena d'oro con il crocifisso massiccio al collo, gridando con la sua voce roca:
"Pisci friscuuuuu, saraghi, lici, sardi, vopi, surici....pisci friiiiiscuuuuuu"

Non è cambiato molto da allora.
Adesso al posto del trerruote tiene il mercedès, nero, con i sedili in pelle color carne, e con tanta radica ovunque, anche sul volante, persino sul pomello del cambio.

Va ancora a pesca, ma lo fa per hobbie: ha comprato la barca grande, e ci porta gli amici; e gli amici degli amici.
Ne tira su parecchio, di pesce! E te lo porta fino a casa, ma mica per vendertelo, macchè.
Ciccio Bagiggio te lo regala, e ti consiglia pure le ricette per cucinarlo.

Poi vabbè, rispetto ad allora Ciccio tiene la panza, quella tipica della gente della sua età che la tavola sa come onorarla.
Ed è un vero peccato ora che può permettersi di comprare vestiti firmati. Lo dovreste vedere d'inverno, come è buffo con quel cappotto blu che avrà pagato un occhio dalla testa, ma addosso a lui sembra uno straccio informe.

E d'estate? La sua camicia con le iniziali ricamate proprio si rifiuta di stare ben benino tesa nei pantaloni, i quali anche loro fanno un po' come gli pare, e più Ciccio li tira su, più quelli se ne calano andandosi ad incastrare nella piega del panzone.

E tu ci puoi provare a guardarlo di sopra, di sotto, di fianco, di traverso, cercando un minimo indizio di evoluzione dallo stadio di Homo vulgaris, non c'è verso, Ciccio Bagiggio è la dimostrazione vivente che signori si nasce, e lui invece è nato cafone, e non basta una griffe a cambiare la situazione.

Pizzenti arricchisciuti, li chiamano dalle mie parti. Che poi chissà come ha fatto Ciccio ad arricchire.
Oddio, qualche voce di corridoio circola, ma si sa com'è nei paesi, la gente è pronta a malignare e a sparlare dietro, che davanti sono tutti amici.
Lui di amici ne ha tanti. Gente che conta e gente che gli porta rispetto perchè conosce la gente che conta.
E poi è generoso. Lui, tanto per fare un esempio, è uno di quelli che se entra in un bar paga da bere a tutti.

Decisamente, Ciccio Bagiggio è persona di cuore, generosa, disponibile, pronta ad aiutarti.
Sempre.
Anche quando non glielo chiedi.
Se sa che hai un problema, che ti serve qualcosa, e ha deciso di prenderti sotto la sua ala protettrice, è capace di inseguirti lungo la statale mentre tu non capisci perchè continua a lampeggiarti. E quando accosti e lo vedi scendere dalla macchina col panzone, già ti agiti pensando oddio, cos'avrò fatto ora...

Lui si avvicina, con la manona ti da due colpetti sulla guancia e ti dice "Non preoccuparti, penso a tutto io, ho già chiamato un paio di persone, entro un'ora ti faccio sapere qualcosa". Tu ti senti sollevata per essertela cavata con un buffetto sulla guancia e biascichi un grazie, mentre lui si schermisce, "Ma quale grazie...fatti pregare, non è niente"

Già...non è niente.
Solo una intromissione non richiesta nella vita delle persone che magari avrebbero voluto provare a cavarsela, forse con qualche difficoltà in più, ma con le loro gambine, e invece no, grazie Ciccio, sei un grande Ciccio, vaffanculo Ciccio.

giovedì 15 luglio 2010

Unendo i puntini da 1 a 49



Seduta sulla panchina del parco dell’ospedale, unisco i puntini da 1 a 49 tracciando linee incerte sulla mia settimana enigmistica nuova di zecca e intanto guardo i piedi della gente che passa. 


Piedi che camminano veloci, che sanno dove devono andare e sanno di doverlo fare in fretta, per arrivare prima, per beccare il numerino, per sperare di essere a casa per l’ora di pranzo. 

Piedi che camminano incerti, si fermano a chiedere indicazioni date quasi sempre in modo impreciso e svogliato, sballottati dal reparto, all’ufficio tickets, al CUP, all’ambulatorio.
Piedi che se la prendono comoda. Indossano quasi sempre zoccoli verdi o bianchi e vanno senza fretta, portando carte o fumando una sigaretta, chiacchierando delle ultime novità del reparto. Tanto i pazienti pazientano, aspettano stipati nelle sale d’attesa tra ascelle sudate e aliti pesanti, qualche zingarella che viene a chiedere l’elemosina, e l’ambulante cinese che cerca di vender loro un accendigas. 

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, annerisco con la penna gli spazi con il puntino e fumo una sigaretta. Dal groviglio di linee curve emerge la figura di un guerriero antico, greco o romano non saprei dire.
Ho scoperto di recente che mi piacciono i film epici. Ho pianto fino a farmi venire il mal di testa guardando Troy, un po’ meno con 300.
Mi commuovevo anche da ragazzina, quando l’Iliade ce la facevano studiare alle medie e provavo una forte antipatia per Achille.
Ettore invece era il mio eroe. Forse perché era solo un uomo, fragile come tutti gli uomini, nessuna corazza invisibile proteggeva le sue carni durante la battaglia.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, fumo una sigaretta e guardo la gente. Dormire sotto i ponti non è un modo di dire. Li ho visti stamattina arrivando in città, un uomo e una donna sbucare da sotto il cavalcavia. Avevano l'aria di chi si è appena svegliato, ma tornerebbe volentieri a dormire. Alle loro spalle un materasso, un angolo di coperta azzurro stinto, un bidone di plastica gialla.

Un ragazzo si avvicina barcollante e mi chiede una sigaretta. Ha la schiuma alla bocca e la faccia da bambino, non puoi aver paura di uno con la faccia cosi, potrebbe essere tuo figlio. Gli passo il pacchetto, lui ne prende una. Mi ringrazia sorridendo poi mi manda un bacio con la mano e si allontana.

La tipa fuori di testa è seduta da mezzora alla stessa panchina, parla con chiunque le capiti a tiro. La gente dopo un po’ si alza e se ne va e lei continua a parlare da sola. Ma il sole picchia, e quello è l’unico posto al fresco ancora libero. Tra il sole e la matta la gente sceglie quest’ultima. Tanto basta far di si con la testa continuando a pensare ai fatti propri.

Il tizio che si avvicina trascinando una grande busta non ha per niente una faccia rassicurante. Vuol vendermi un anello, gli dico che non mi interessa. Vuol vendermi un paio di jeans, gli dico che non mi interessano. Tu compra, jeans buoni, prezzo buono, tu ha bisogno, pantalone tuo rotto. E intanto mi tocca la spalla, e intanto indica i miei jeans con i tagli sulla coscia. Gli dico in malo modo che non mi serve nulla, infastidita dal fatto che mi viene troppo vicino. Se ne va lanciandomi un’occhiata di disprezzo, tu non ha soldi nemmeno per comprare pantalone nuovo. M’ha presa per una pezzente. Ma vaffanculo.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale guardo le linee incerte che uniscono i puntini da 1 e 49 e non capisco cosa ho disegnato. Però ho chiuso il cerchio, lasciando fuori i tarli che rosicchiano e corrodono. Al loro posto è rimasto un bruco che cammina a passi lenti sopra il cuore tenendomi compagnia, e che ogni tanto mi fa il solletico e mi pizzica il naso.

martedì 13 luglio 2010

Where did you sleep last night



Così ho seguito il tuo consiglio.

Ho messo due cose nello zaino, ho fatto il pieno, ho pulito il vetro della macchina che il serbatoio dell’acqua è sempre vuoto, ho spento il telefono e sono andata.
Non è successo subito.
Ero li, seduta al suo fianco, facevo domande, davo risposte, mi guardavo intorno senza vedere, restando aggrappata al filo dei miei pensieri.


Poi ha allungato una mano, mi ha sfiorato il viso. Un gesto casuale, o forse un modo per richiamare la mia totale attenzione, non so.
Però da quel momento in poi è andata proprio come hai detto tu.
I pensieri sono evaporati.
Ho staccato completamente la spina dal ieri, dal domani.
È esistito solo l’adesso.

Un uomo, una donna, il pezzo d’autostrada più bello d’Italia, giù, fin dove Scilla tende la mano a Cariddi.
E poi di nuovo su, la statale che ti porta all’altro mare, senza fretta, senza una meta precisa, discorsi leggeri, la musica, l’influenza della luna sul nostro umore, guarda che bello quello scorcio, senti che stacco che dà qui il basso.
Il sapore del pesce spada marinato, il profumo dell’origano e dell’olio d’oliva sulla focaccia caldissima, la Falanghina che scende nella gola fresca al punto giusto, le gambe che si allungano sotto il tavolo, le mani nelle tasche dei pantaloni, il pensiero che non è quello il modo appropriato per stare seduti al ristorante ma adesso non importa, sto bene così.
La sua mano che si chiude a pugno battendo sul petto, siamo pochi, è vero, ma resistiamo. E poi la riapre, con l'altra a suonare la batteria sul tavolo, sfidandomi a indovinare il pezzo

Progetti.
Un giorno, quando ne avrò abbastanza di carte nella mia vita, aprirò un ristorante.
Un giorno, quando avrò abbastanza soldi, restaurerò le due stanze che ho nel borgo antico e ne farò una piccolissima locanda, pochissimi coperti, solo per gli amici, una stufa a legna di quelle che si usavano una volta.
Poi la locanda prende vita dalle nostre parole, e le due stanze non bastano più a contenere i nostri progetti, i dieci tavoli, il caminetto, la stanza per fare musica dal vivo, solo unplugged però, solo per poche persone, e allora si comprano le due casette del medico, sono attaccate l’un l’altra da un passaggio in pietra, dovresti vederlo, è fantastico.
Ed io lo vedo, e già mi sono innamorata, del borgo, del passaggio in pietra, della locanda, degli amici che si ritrovano a fare musica, e glielo dico.
Facciamolo insieme, ribatte, ed io rispondo si, facciamolo, e lo dico sul serio, perchè è adesso, e tutto è possibile, fattibile, realizzabile.

E ancora il sapore della prima sigaretta dopo sei mesi, e la testa leggera per il vino, e l’aria della notte, e i Doors a tutto volume e lui che si esalta parlando di Jim Morrison che forse non è morto, e poi gesticola mentre guida un po’ troppo veloce, e potrebbe anche finire qui, stasera, sul pezzo d’autostrada più disastrato d’Italia.
Invece non finisce, e siamo nel piccolo borgo, mi mostra il passaggio in pietra, e i balconcini con la ringhiera in ferro battuto, e la voce struggente di Kurt Cobain è il sottofondo ideale, sembra quasi rivivere, bello e dannato con la sua chitarra, tra queste mura antiche.

Il sonno è arrivato improvviso, pesante, immediato, come una saracinesca che si abbassa all’ora di chiusura, tutti fuori, solo buio, e silenzio.
Quando mi sono svegliata l’adesso era sparito, lasciando il posto all’oggi. Aprire gli occhi e ritrovare intatti i miei pensieri, gli stessi di ieri, uguali a prima dell’adesso, è stato un tutt’uno.
Ho rispettato il copione, ho sorriso, allungato una mano, e con la testa ero già fuori, in viaggio verso casa.
In macchina ho riacceso il telefono e ti ho trovato, ciao splendore come va.
Avrei voluto scrivertelo, che avevi ragione, i pensieri si possono scacciare, ma sono come cani fedeli, li ritrovi ad aspettarti dietro la porta. Ma tanto il silenzio che segue il fracasso della baldoria lo conosci benissimo, anche se fai di tutto per non sentirlo.

I live uptown I live downtown I live all around

My girl my girl where will you go

mercoledì 7 luglio 2010

Per fortuna c'è la Lines


No, perché io dico, la mela l’abbiamo mangiata tutti e due?
Abbiamo disobbedito entrambi ai Suoi ordini?
E allora perché Egli si è accanito contro di me?

Si, vabbè, è iniziato tutto per colpa mia. Sono stata io a dar retta al serpente. Ed a staccare la mela dall’albero. Ed a convincere Adamo a mangiarla.

Ma lui, allora? Lui che per una volta nella storia aveva la possibilità di fare bella figura comportandosi da vero uomo, che ha fatto lui? Invece che tirarmi una sberla facendo volare il frutto del peccato dalla mia mano direttamente sulla capoccia del serpente si è fottuto la mela. Fottendosi al contempo il paradiso terrestre.

Solo che lui se l’è cavata con un calcio in culo che l’ha fatto atterrare dritto dritto in questo schifo di mondo di cui non vi dico nulla perché già ne sapete quanto e meglio di me.
A me, oltre al calcio, al triste mondo e al bel tomo di Adamo, sono toccate in sorte due o tre incombenze tipicamente femminili che mi complicano la vita più di quanto non sia essa stessa per sua natura complicata.

Il bello è che all’inizio, quando Egli mi scacciò tuonandomi contro “Tu donna partorirai con gran dolore”, pensai persino di essermela cavata bene. Eh si, perché tra un parto e l’altro passano minimo nove mesi. E nel frattempo un modo per trombare senza partorire si trova. Basta un po’ di fantasia.
Le foglie di banano, per esempio. Una volta ne avvolsi un paio intorno al pistolino di Adamo fissandole con latte di fico. Lo scopo era quello di non disperdere il seme in prossimità di incroci pericolosi. E avrebbe funzionato benissimo se quello non fosse stato allergico!
C’è da dire che l’effetto anticoncezionale l’abbiamo ottenuto lo stesso visto che a causa delle pustole non abbiamo trombato per sei mesi! Per fortuna poi qualcuno ha inventato pillole e preservativi, e almeno un problema è stato risolto.

Ma me ne è rimasto un’altro. Quello che per cinque giorni al mese trasforma una donna in una specie di mostro gonfio, indolenzito, sanguinolento e depresso. E per gli altri venticinque la sottopone ad un’altalena di sbalzi d’umore e altri fastidi vari noti come sindrome pre-mestruale.

Per fortuna c’è la Lines che si prende cura di me mettendomi a disposizione una vasta gamma di prodotti per "quei giorni". Ce n’è per tutti i gusti: lunghi, corti, medi, con filtro, senza filtro, con ali, senza ali, con busta, senza busta, sottili, extra sottili, per flusso abbondante, extra-abbondante, medio, leggero, notturno, diurno, etc.
E non è finita qui. Come un’amorevole mamma, essa dispensa preziosi consigli stampandoli sulle bustine che avvolgono gli assorbenti.
Tipo che tu, dopo una notte insonne passata a contorcerti nel letto con i crampi alla pancia, ti siedi sul water a far le tue cose, prendi il tuo bel pacchetto di extralunghiconfiltroconalisuperassorbenti, ne peschi a caso uno e poi, un po’ come fai con i baci perugina o con i biscotti della fortuna al ristorante cinese, leggi speranzosa le perle di saggezza che ti sono toccate in sorte:

“E’ buona abitudine intensificare le normali pratiche igieniche durante il periodo mestruale”
No, perché se non me lo diceva la Lines io mica ci arrivavo da sola! Anzi, è stato il mio sogno di sempre allevare una colonia di batteri nelle parti intime, pensa un po’.

“Lo sai che con il ciclo mestruale puoi fare tranquillamente il bagno a mare?”
Certo. Poi se l’acqua si colora di rosso posso sempre dire che ho il costume che stinge..
“Lo sai che esistono piante come l’agnocasto e il tanaceto che hanno effetti benefici sui disturbi del ciclo e della sindrome premestruale?”
Questo non lo sapevo. Visto che ci sei dimmi pure dove cacchio li trovo stamattina l’agnocasto e il tanaceto, che avrei giusto giusto qualche piccolo disturbino da alleviare.

“Lo sai che è un bisogno molto comune desiderare un dolcetto nel periodo mestruale?”
Mi stai prendendo in giro, vero? Un barattolo di nutella, due tavolette di cioccolato e tre nastrine del mulino bianco e mi son fermata perchè non avevo null'altro da spazzolare e tu mi parli di dolcetto?

“Lo sai che durante il ciclo mestruale è consigliabile indossare indumenti comodi e traspiranti?”
E tu lo sai che un bacio è un apostrofo rosa tra le parole ti amo? E lo sai che non esistono più le mezze stagioni? E lo sai che non c’è trippa per gatti? E lo sai che avete rotto le balle tu, le perle di saggezza, Adamo, la mela, il serpente e tutto l’universo creato?

Al danno la beffa.
Cornuta e mazziata.
Che poi quella cazzo di mela non aveva nemmeno il bollino blu.

giovedì 24 giugno 2010

Hai perso un’altra occasione buona, stasera…(per tacere)


No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Magari riuscite pure a spacciarvi per tenebrosi dall’animo tormentato.
Ma soprattutto, eviterete di fare la figura dei coglioni.
Perché davvero non ce la fate una gran figura, quando dopo aver fatto all’amore ci chiedete come è andata.
Cosa vi aspettate che rispondiamo?

La tenuta di strada è nella media, la retromarcia forse andrebbe migliorata, nel complesso il rapporto qualità-prezzo è soddisfacente?

O anche, Mirko coi preliminari è decisamente meglio, ma tu sei una spanna sopra a Matteo, Luca e ora che ci penso pure a Giovanni?

Dai, su, siamo seri.
In fondo basta poco. Basta metterci un po’ di attenzione in quello che fate.
Fabry per esempio, dopo anni e anni di scrupolosa e scientifica osservazione del fenomeno, capisce quando una donna è in dirittura d’arrivo guardandole i piedi; quando li inarca è fatta!
Ci ha anche provato a spiegarmi il movimento esatto.
Solo che a me veniva da ridere, immaginandolo in certi frangenti a tenere costantemente d’occhio le estremità inferiori della tipa di turno.
Un po’ come quando sei davanti al semaforo con l’occhio incollato al verde, giocando di frizione e acceleratore intanto che aspetti il segnale di via libera per partire a tutto gas!

No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Mica per niente, è che poi ci mettete in difficoltà.

Perché se una donna, dopo essere venuta a cena con voi, declina l’invito a proseguire la serata anche solo per un gelato adducendo una botta di sonno improvvisa, e non si mostra particolarmente entusiasta quando le proponete di telefonarle l’indomani, si aspetta che ci arriviate da soli a trarre le dovute conclusioni.
Di sicuro non si aspetta che la chiamiate per chiederle come è andato l'appuntamento.
Cosa volete che vi risponda, la poverina?
Che a un certo punto della serata si è accorta che di profilo assomigliate a un ranocchio ma non è abbastanza temeraria da baciarvi per vedere se vi trasformate in un principe?
Che se continuava a rifilare una battuta via l’altra non era perché si sentiva particolarmente a suo agio, quanto perché meglio ridere delle proprie stronzate piuttosto che fingere di trovare divertenti quelle altrui?
Macchè! Non si può essere così crudeli. Non subito, almeno.

No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Mica per niente, è che almeno ci lasciate qualche dubbio, piuttosto che un’unica, desolante certezza.

giovedì 17 giugno 2010

Le regole dell'attrazione


È che mi piacerebbe capire come funziona la storia.


Se è veramente questione di chimica, di ferormoni, di quadrature astrali, di destino, o se non sia piuttosto una questione di ricettività.

Tipo che ci sono di quei giorni che te ne vai sorridendo incontro al mondo, e gli sorridi anche se il mondo ha questo buffo aspetto di panino del macdonald in cui affondi i denti, una volta, due, tre, con l’appetito e la voracità da ultimo giorno di gozzoviglie prima della carestia, incurante della salsa che ti cola impiastricciandoti bocca e mani, ignorando il pensiero che se non la pianti di ingozzarti così poi ti verrà il mal di stomaco.

Tipo che ce ne sono altri, invece, di totale inappetenza, in cui tu siedi compunta a tavola, inappuntabile col tuo bel tovagliolino sulle ginocchia, mentre pietanze raffinate ti sfilano sotto il naso, e tu ne ammiri l’elegante disposizione nel piatto, ne aspiri il profumo delicato, individui i singoli ingredienti intanto che spilucchi senza vera voglia, e con la mente sei già altrove.

mercoledì 9 giugno 2010

Del doman non v'è certezza



Sole.
Grigio.
Caldo.
Freddo.
Sole.
Grigio.
Pioggia.
Sole.

Ma non era marzo il mese pazzo?
Mica si fa cosi, però. Se ci togliete pure le verità acquisite e tramandateci dai nonni dei nostri nonni, a quali certezze ci appigliamo?
D’altronde lo diceva pure un tizio tanto tempo fa che “Del doman non v’è certezza”.
E invece io la voglio una certezza, una qualsiasi, cui appigliarmi nel mio mare di incertezze.
Grigio.
Oggi è decisamente grigio.
Posso affermare con assoluta certezza che oggi il tempo è decisamente grigio.
Tra un po’ verrà a piovere.
Ed io sono uscita di casa con le infradito.

Non imbrocco mai i tempi.
Mi innamoro quando l’altro si è disinnamorato.
Mi vien voglia di far l’amore quando lui vuol dormire.
Mi accorgo che mi stanno pugnalando quando ormai il taglio è fatto.
Allungo una mano quando non c’è più un viso da accarezzare.
Mi ricordo che devo guardare dallo spioncino prima di aprire la porta dopo che l’ho spalancata e i ladri sono entrati in casa.
Mi ricordo di pagare la bolletta quando vengono a staccarmi la luce.
E metto le infradito quando sta per piovere.
Sono un disastro di donna.
Anche questa è una certezza.

Storie.
Mi piace raccontare delle storie. Di quelle di cui la televisione non si occupa perché non fanno notizia.
La ragazza bruna mi mostra orgogliosa la struttura che in pochi anni ha tirato su con il suo socio.
Mi comunica con un sorriso che l’azienda finalmente ha ottenuto la certificazione di qualità.
E che le hanno fatto i complimenti per come ha organizzato il lavoro.
Mi mostra con malcelata soddisfazione il fatturato raggiunto intanto che le do una mano a preparare i documenti per una gara d’appalto.
La Gara. Quella importante, che tiene su il volume d'affari.
La aggiudicano ad un’altra azienda che sulla carta ha i requisiti giusti, ma nella realtà è tutta un’altra storia. Tanto chi dovrebbe controllare non controlla. Perché le cose vanno così, e la bruna vuol mollare tutto.

- Fate ricorso al TAR, chiedete una verifica dei documenti, denunciate l’Amministrazione, non arrendetevi cosi – e mi guarda con tristezza rassegnata, secondo te non ci ho già pensato, e intanto che verificano e il tempo passa che faccio? Mando la gente a casa, chiudo baracca e burattini e vengo a mangiare a casa tua?
- Chiamiamo Striscia la Notizia – suggerisce il socio.

Eccolo là, lo scatolotto magico. La panacea per le storture della società. Supereroi più o meno mascherati che si battono per difendere i tuoi diritti quando chi dovrebbe ascoltarti e intervenire volge lo sguardo altrove. Ce n’è per tutti i gusti. Se Capitan Ventosa ti pare troppo ridicolo nel suo completino giallo, puoi sempre rivolgerti allo scimmiesco Ghione, o a quella faccia da beccamorto di Moreno Morelli.

- A proposito di facce da beccamorto, l’altro giorno ho visto Alessandro – dice poi la bruna cambiando discorso – è venuto a propormi un contratto, ma lo sai che si è proprio ingrandito?

Certo che lo so. Li vedo tutti i giorni i suoi camioncini per strada, con stampigliato sui cassoni il marchio che avevamo studiato io e il suo ex socio. Testa a testa, nella vecchia Prisma grigia, davanti al mare a fare schizzi di loghi e ad inventare nomi per la costituenda società
- Se le cose ingranano l’anno prossimo ci sposiamo.

- Sposiamoci lo stesso, c’è il mio stipendio, per gli inizi possiamo farcela.

L’ex socio di Alessandro…uno che credeva alle regole da rispettare. Un’altra storia di nessun interesse per la televisione. Un’altra storia dai contorni sbiaditi dal tempo, che non vale più la pena raccontare.
Ha piovuto.
Giusto quattro gocce miste a terra, che hanno sporcato la macchina dieci minuti dopo che l’avevo fatta lavare.
L’ho già detto, no, che sbaglio sempre i tempi.
E pure il cielo è sbagliato.
Non è grigio, non è azzurro.
E’ come se la mano maldestra di un artista distratto avesse versato dell’acqua sulla tempera ancora fresca. I contorni delle nuvole si notano appena, sfumano senza forma nel cielo sbiadendone il colore.
Cielo pesante, che sembra voler venire giù. Te lo senti addosso, schiacciarti con il suo peso, avvolgerti in una cappa che ti opprime e ti fa respirare male.
Ci vorrebbe un bel temporale per scaricare la tensione che c’è nell’aria.
E invece da qualche parte sta uscendo il sole. Non si vede ancora, ma la luce è cambiata.

Del doman non v’è certezza.
E da un po’ di tempo a questa parte, l’incertezza del futuro mi spaventa.
Forse sto invecchiando.
Sarà meglio aspettare per le infradito.
Ma si, domani metterò i sabot