giovedì 15 luglio 2010

Unendo i puntini da 1 a 49



Seduta sulla panchina del parco dell’ospedale, unisco i puntini da 1 a 49 tracciando linee incerte sulla mia settimana enigmistica nuova di zecca e intanto guardo i piedi della gente che passa. 


Piedi che camminano veloci, che sanno dove devono andare e sanno di doverlo fare in fretta, per arrivare prima, per beccare il numerino, per sperare di essere a casa per l’ora di pranzo. 

Piedi che camminano incerti, si fermano a chiedere indicazioni date quasi sempre in modo impreciso e svogliato, sballottati dal reparto, all’ufficio tickets, al CUP, all’ambulatorio.
Piedi che se la prendono comoda. Indossano quasi sempre zoccoli verdi o bianchi e vanno senza fretta, portando carte o fumando una sigaretta, chiacchierando delle ultime novità del reparto. Tanto i pazienti pazientano, aspettano stipati nelle sale d’attesa tra ascelle sudate e aliti pesanti, qualche zingarella che viene a chiedere l’elemosina, e l’ambulante cinese che cerca di vender loro un accendigas. 

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, annerisco con la penna gli spazi con il puntino e fumo una sigaretta. Dal groviglio di linee curve emerge la figura di un guerriero antico, greco o romano non saprei dire.
Ho scoperto di recente che mi piacciono i film epici. Ho pianto fino a farmi venire il mal di testa guardando Troy, un po’ meno con 300.
Mi commuovevo anche da ragazzina, quando l’Iliade ce la facevano studiare alle medie e provavo una forte antipatia per Achille.
Ettore invece era il mio eroe. Forse perché era solo un uomo, fragile come tutti gli uomini, nessuna corazza invisibile proteggeva le sue carni durante la battaglia.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, fumo una sigaretta e guardo la gente. Dormire sotto i ponti non è un modo di dire. Li ho visti stamattina arrivando in città, un uomo e una donna sbucare da sotto il cavalcavia. Avevano l'aria di chi si è appena svegliato, ma tornerebbe volentieri a dormire. Alle loro spalle un materasso, un angolo di coperta azzurro stinto, un bidone di plastica gialla.

Un ragazzo si avvicina barcollante e mi chiede una sigaretta. Ha la schiuma alla bocca e la faccia da bambino, non puoi aver paura di uno con la faccia cosi, potrebbe essere tuo figlio. Gli passo il pacchetto, lui ne prende una. Mi ringrazia sorridendo poi mi manda un bacio con la mano e si allontana.

La tipa fuori di testa è seduta da mezzora alla stessa panchina, parla con chiunque le capiti a tiro. La gente dopo un po’ si alza e se ne va e lei continua a parlare da sola. Ma il sole picchia, e quello è l’unico posto al fresco ancora libero. Tra il sole e la matta la gente sceglie quest’ultima. Tanto basta far di si con la testa continuando a pensare ai fatti propri.

Il tizio che si avvicina trascinando una grande busta non ha per niente una faccia rassicurante. Vuol vendermi un anello, gli dico che non mi interessa. Vuol vendermi un paio di jeans, gli dico che non mi interessano. Tu compra, jeans buoni, prezzo buono, tu ha bisogno, pantalone tuo rotto. E intanto mi tocca la spalla, e intanto indica i miei jeans con i tagli sulla coscia. Gli dico in malo modo che non mi serve nulla, infastidita dal fatto che mi viene troppo vicino. Se ne va lanciandomi un’occhiata di disprezzo, tu non ha soldi nemmeno per comprare pantalone nuovo. M’ha presa per una pezzente. Ma vaffanculo.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale guardo le linee incerte che uniscono i puntini da 1 e 49 e non capisco cosa ho disegnato. Però ho chiuso il cerchio, lasciando fuori i tarli che rosicchiano e corrodono. Al loro posto è rimasto un bruco che cammina a passi lenti sopra il cuore tenendomi compagnia, e che ogni tanto mi fa il solletico e mi pizzica il naso.

martedì 13 luglio 2010

Where did you sleep last night



Così ho seguito il tuo consiglio.

Ho messo due cose nello zaino, ho fatto il pieno, ho pulito il vetro della macchina che il serbatoio dell’acqua è sempre vuoto, ho spento il telefono e sono andata.
Non è successo subito.
Ero li, seduta al suo fianco, facevo domande, davo risposte, mi guardavo intorno senza vedere, restando aggrappata al filo dei miei pensieri.


Poi ha allungato una mano, mi ha sfiorato il viso. Un gesto casuale, o forse un modo per richiamare la mia totale attenzione, non so.
Però da quel momento in poi è andata proprio come hai detto tu.
I pensieri sono evaporati.
Ho staccato completamente la spina dal ieri, dal domani.
È esistito solo l’adesso.

Un uomo, una donna, il pezzo d’autostrada più bello d’Italia, giù, fin dove Scilla tende la mano a Cariddi.
E poi di nuovo su, la statale che ti porta all’altro mare, senza fretta, senza una meta precisa, discorsi leggeri, la musica, l’influenza della luna sul nostro umore, guarda che bello quello scorcio, senti che stacco che dà qui il basso.
Il sapore del pesce spada marinato, il profumo dell’origano e dell’olio d’oliva sulla focaccia caldissima, la Falanghina che scende nella gola fresca al punto giusto, le gambe che si allungano sotto il tavolo, le mani nelle tasche dei pantaloni, il pensiero che non è quello il modo appropriato per stare seduti al ristorante ma adesso non importa, sto bene così.
La sua mano che si chiude a pugno battendo sul petto, siamo pochi, è vero, ma resistiamo. E poi la riapre, con l'altra a suonare la batteria sul tavolo, sfidandomi a indovinare il pezzo

Progetti.
Un giorno, quando ne avrò abbastanza di carte nella mia vita, aprirò un ristorante.
Un giorno, quando avrò abbastanza soldi, restaurerò le due stanze che ho nel borgo antico e ne farò una piccolissima locanda, pochissimi coperti, solo per gli amici, una stufa a legna di quelle che si usavano una volta.
Poi la locanda prende vita dalle nostre parole, e le due stanze non bastano più a contenere i nostri progetti, i dieci tavoli, il caminetto, la stanza per fare musica dal vivo, solo unplugged però, solo per poche persone, e allora si comprano le due casette del medico, sono attaccate l’un l’altra da un passaggio in pietra, dovresti vederlo, è fantastico.
Ed io lo vedo, e già mi sono innamorata, del borgo, del passaggio in pietra, della locanda, degli amici che si ritrovano a fare musica, e glielo dico.
Facciamolo insieme, ribatte, ed io rispondo si, facciamolo, e lo dico sul serio, perchè è adesso, e tutto è possibile, fattibile, realizzabile.

E ancora il sapore della prima sigaretta dopo sei mesi, e la testa leggera per il vino, e l’aria della notte, e i Doors a tutto volume e lui che si esalta parlando di Jim Morrison che forse non è morto, e poi gesticola mentre guida un po’ troppo veloce, e potrebbe anche finire qui, stasera, sul pezzo d’autostrada più disastrato d’Italia.
Invece non finisce, e siamo nel piccolo borgo, mi mostra il passaggio in pietra, e i balconcini con la ringhiera in ferro battuto, e la voce struggente di Kurt Cobain è il sottofondo ideale, sembra quasi rivivere, bello e dannato con la sua chitarra, tra queste mura antiche.

Il sonno è arrivato improvviso, pesante, immediato, come una saracinesca che si abbassa all’ora di chiusura, tutti fuori, solo buio, e silenzio.
Quando mi sono svegliata l’adesso era sparito, lasciando il posto all’oggi. Aprire gli occhi e ritrovare intatti i miei pensieri, gli stessi di ieri, uguali a prima dell’adesso, è stato un tutt’uno.
Ho rispettato il copione, ho sorriso, allungato una mano, e con la testa ero già fuori, in viaggio verso casa.
In macchina ho riacceso il telefono e ti ho trovato, ciao splendore come va.
Avrei voluto scrivertelo, che avevi ragione, i pensieri si possono scacciare, ma sono come cani fedeli, li ritrovi ad aspettarti dietro la porta. Ma tanto il silenzio che segue il fracasso della baldoria lo conosci benissimo, anche se fai di tutto per non sentirlo.

I live uptown I live downtown I live all around

My girl my girl where will you go

mercoledì 7 luglio 2010

Il Signor Nessuno.




La notizia è vecchia di più di una settimana, ormai.
Come vecchia è la notizia della morte di Pietro Tarricone.
Massimo rispetto per entrambi, per carità, si però...
Uno è morto per sfizio, lanciandosi col paracadute.
L'altro è morto in ospedale dopo un incidente sul lavoro alla ThyssenKrupp di Terni.
Dell'uno si è parlato perfino al tiggì.
Sull'altro, silenzio di tomba.
Si, lo so, Leonardo Ippoliti non era famoso, è dovuto morire perchè qualche blogger si occupasse di lui.
Però aveva un bel sorriso, e doveva essere un compagnone, almeno a giudicare dalle foto che i suoi colleghi hanno mandato su youtube.
Loro, i colleghi, pare non abbiano nemmeno potuto partecipare al suo funerale.
Azienda e sindacati hanno deciso che la fabbrica non poteva fermarsi, nemmeno per un turno, nemmeno per dare l'ultimo saluto al signor nessuno.

The Crows



Ombre scure, malefiche

Hanno fiutato la preda

Gracchiano

Con voce stridula, fastidiosa

Ridono scioccamente

Si avvicinano

Con cautela, guardinghe

Osservano la carcassa

Fameliche

I loro occhi, maligni

Pregustano il pasto

Affondano

Nella carne tenera

I loro becchi affilati

Stupide

Creature senza cuore

Senza spina dorsale

Nutrono
Con carne morta

La loro carne morta

 
 

All you fascists


Si, lo so, non si fa.
Infierire sul nemico, dico. Non si fa.
Non è politically correct. Non è fine.
Non è da signore per bene.
Però io, che sono popolana, del bon ton me ne frego e infierisco.
Oh.
 
No, perché non se ne può più, di incassare con stile e eleganza.
Qua bisogna reagire.
Bisogna passare al contrattacco.
Bisogna usare le loro stesse armi.



Così l’ho fatto.
Ho stampato l’articolino che parla del consigliere provinciale del PDL.
Si si, proprio lui, il novello Mussolini. Quello che, in preda a visioni mistiche per consumo eccessivo di coca, si è affacciato al balcone facendo proclami.
Qualcuno poteva avvisarlo, però, che non era il balcone di piazza Venezia, ma quello della casa delle trans su cui stava indagando.

E quindi niente.
Ho stampato l’articolino, ci ho scritto su due note a margine, e l’ho consegnato al mio collega destrorso, appena rientrato dalle ferie. Lo stesso che mi aveva massacrata all’epoca dei fatti di Marrazzo. Devo ammettere che ha reagito sportivamente. Mi ha perfino offerto il caffè.

Si, lo so, non si fa.
Stuzzicare un laido maiale fascista, dico, non si fa.
No, perché con l’aria che tira non si sa mai, come andremo a finire.
E se arriva davvero la dittatura, quello, l’autista porco e fascista, come minimo lo mettono in uno squadrone della morte.
E allora si, che sarebbero cazzi amari!

Prudenza, occorre prudenza! Che i tempi sono bui e il futuro incerto.
Solo che a essere prudenti non ci si diverte.
E invece io, l’altra mattina, ho ghignato come una matta.

L’ho aspettato al varco.
L’autista porco e fascista, dico.
Quello che da sei anni mi rompe le palle chiedendomi il voto ad ogni elezione pur sapendo benissimo da che parte sto, e poi attacca la solita filippica anticomunista tipica del fascista idiota.
Quello che più lo tratti di merda e più ti srotola tre metri di lingua manco fosse un labrador all’equatore.

La musica ce l’avevo già pronta nel media player.
La gambetta l’ho accavallata al momento giusto, girandomi di tre quarti sulla poltrona intanto che partiva a tutto volume “Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce e portate il martello...”

Il messaggio era chiaro: tu bestia fascist, io bella comunist, gira al largo che non c’è trippa per gatti!
Ma non sono del tutto sicura che lo abbia recepito!
D'altronde, da un fascista, per giunta stupido, per giunta laido, cosa ti vuoi aspettare...

Per fortuna c'è la Lines


No, perché io dico, la mela l’abbiamo mangiata tutti e due?
Abbiamo disobbedito entrambi ai Suoi ordini?
E allora perché Egli si è accanito contro di me?

Si, vabbè, è iniziato tutto per colpa mia. Sono stata io a dar retta al serpente. Ed a staccare la mela dall’albero. Ed a convincere Adamo a mangiarla.

Ma lui, allora? Lui che per una volta nella storia aveva la possibilità di fare bella figura comportandosi da vero uomo, che ha fatto lui? Invece che tirarmi una sberla facendo volare il frutto del peccato dalla mia mano direttamente sulla capoccia del serpente si è fottuto la mela. Fottendosi al contempo il paradiso terrestre.

Solo che lui se l’è cavata con un calcio in culo che l’ha fatto atterrare dritto dritto in questo schifo di mondo di cui non vi dico nulla perché già ne sapete quanto e meglio di me.
A me, oltre al calcio, al triste mondo e al bel tomo di Adamo, sono toccate in sorte due o tre incombenze tipicamente femminili che mi complicano la vita più di quanto non sia essa stessa per sua natura complicata.

Il bello è che all’inizio, quando Egli mi scacciò tuonandomi contro “Tu donna partorirai con gran dolore”, pensai persino di essermela cavata bene. Eh si, perché tra un parto e l’altro passano minimo nove mesi. E nel frattempo un modo per trombare senza partorire si trova. Basta un po’ di fantasia.
Le foglie di banano, per esempio. Una volta ne avvolsi un paio intorno al pistolino di Adamo fissandole con latte di fico. Lo scopo era quello di non disperdere il seme in prossimità di incroci pericolosi. E avrebbe funzionato benissimo se quello non fosse stato allergico!
C’è da dire che l’effetto anticoncezionale l’abbiamo ottenuto lo stesso visto che a causa delle pustole non abbiamo trombato per sei mesi! Per fortuna poi qualcuno ha inventato pillole e preservativi, e almeno un problema è stato risolto.

Ma me ne è rimasto un’altro. Quello che per cinque giorni al mese trasforma una donna in una specie di mostro gonfio, indolenzito, sanguinolento e depresso. E per gli altri venticinque la sottopone ad un’altalena di sbalzi d’umore e altri fastidi vari noti come sindrome pre-mestruale.

Per fortuna c’è la Lines che si prende cura di me mettendomi a disposizione una vasta gamma di prodotti per "quei giorni". Ce n’è per tutti i gusti: lunghi, corti, medi, con filtro, senza filtro, con ali, senza ali, con busta, senza busta, sottili, extra sottili, per flusso abbondante, extra-abbondante, medio, leggero, notturno, diurno, etc.
E non è finita qui. Come un’amorevole mamma, essa dispensa preziosi consigli stampandoli sulle bustine che avvolgono gli assorbenti.
Tipo che tu, dopo una notte insonne passata a contorcerti nel letto con i crampi alla pancia, ti siedi sul water a far le tue cose, prendi il tuo bel pacchetto di extralunghiconfiltroconalisuperassorbenti, ne peschi a caso uno e poi, un po’ come fai con i baci perugina o con i biscotti della fortuna al ristorante cinese, leggi speranzosa le perle di saggezza che ti sono toccate in sorte:

“E’ buona abitudine intensificare le normali pratiche igieniche durante il periodo mestruale”
No, perché se non me lo diceva la Lines io mica ci arrivavo da sola! Anzi, è stato il mio sogno di sempre allevare una colonia di batteri nelle parti intime, pensa un po’.

“Lo sai che con il ciclo mestruale puoi fare tranquillamente il bagno a mare?”
Certo. Poi se l’acqua si colora di rosso posso sempre dire che ho il costume che stinge..
“Lo sai che esistono piante come l’agnocasto e il tanaceto che hanno effetti benefici sui disturbi del ciclo e della sindrome premestruale?”
Questo non lo sapevo. Visto che ci sei dimmi pure dove cacchio li trovo stamattina l’agnocasto e il tanaceto, che avrei giusto giusto qualche piccolo disturbino da alleviare.

“Lo sai che è un bisogno molto comune desiderare un dolcetto nel periodo mestruale?”
Mi stai prendendo in giro, vero? Un barattolo di nutella, due tavolette di cioccolato e tre nastrine del mulino bianco e mi son fermata perchè non avevo null'altro da spazzolare e tu mi parli di dolcetto?

“Lo sai che durante il ciclo mestruale è consigliabile indossare indumenti comodi e traspiranti?”
E tu lo sai che un bacio è un apostrofo rosa tra le parole ti amo? E lo sai che non esistono più le mezze stagioni? E lo sai che non c’è trippa per gatti? E lo sai che avete rotto le balle tu, le perle di saggezza, Adamo, la mela, il serpente e tutto l’universo creato?

Al danno la beffa.
Cornuta e mazziata.
Che poi quella cazzo di mela non aveva nemmeno il bollino blu.

lunedì 28 giugno 2010

Ci penso da sola


Sarò sincera: Berlusconi mi è rimasto sul gozzo fin dal discorso della sua discesa in campo , e l’antipatia è andata aumentando negli anni trasformandosi nell’insofferenza attuale.

Non ho mai creduto ai suoi proclami anche per partito preso.
Per cui ci sta pure, che io arricci il naso per antipatia congenita verso il premier e i suoi uomini ogni volta che il governo del fare annuncia l’ennesima vittoria.

Però sono una donnina ragionevole, pronta a ricredersi e ad ammettere la sua malafede, se me ne danno motivo.

Facciamo così.
Giovanardi mi spieghi come ha fatto a contarli ad uno ad uno, ed io gli crederò sulla parola.

Mi spieghi come fa a sapere che i consumatori di sostanze stupefacenti sono passati dai 3.934.450 del 2008, ai 2.924.500 del 2009, e mi metterò in ginocchio sui ceci tre ore cantando ininterrottamente “Meno male che Silvio c’è”   per pagare pegno per aver dubitato.

Mi basta questo.
Al resto ci penso da sola.
A rileggere i dati nel modo corretto, ci penso da sola.
A non abbassare la guardia, certa che il problema delle tossicodipedenze è ben lontano dall'essere risolto, ci penso da sola
A schifarmi per l’ennesima parassita propaganda governativa, ci penso da sola.

giovedì 24 giugno 2010

Hai perso un’altra occasione buona, stasera…(per tacere)


No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Magari riuscite pure a spacciarvi per tenebrosi dall’animo tormentato.
Ma soprattutto, eviterete di fare la figura dei coglioni.
Perché davvero non ce la fate una gran figura, quando dopo aver fatto all’amore ci chiedete come è andata.
Cosa vi aspettate che rispondiamo?

La tenuta di strada è nella media, la retromarcia forse andrebbe migliorata, nel complesso il rapporto qualità-prezzo è soddisfacente?

O anche, Mirko coi preliminari è decisamente meglio, ma tu sei una spanna sopra a Matteo, Luca e ora che ci penso pure a Giovanni?

Dai, su, siamo seri.
In fondo basta poco. Basta metterci un po’ di attenzione in quello che fate.
Fabry per esempio, dopo anni e anni di scrupolosa e scientifica osservazione del fenomeno, capisce quando una donna è in dirittura d’arrivo guardandole i piedi; quando li inarca è fatta!
Ci ha anche provato a spiegarmi il movimento esatto.
Solo che a me veniva da ridere, immaginandolo in certi frangenti a tenere costantemente d’occhio le estremità inferiori della tipa di turno.
Un po’ come quando sei davanti al semaforo con l’occhio incollato al verde, giocando di frizione e acceleratore intanto che aspetti il segnale di via libera per partire a tutto gas!

No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Mica per niente, è che poi ci mettete in difficoltà.

Perché se una donna, dopo essere venuta a cena con voi, declina l’invito a proseguire la serata anche solo per un gelato adducendo una botta di sonno improvvisa, e non si mostra particolarmente entusiasta quando le proponete di telefonarle l’indomani, si aspetta che ci arriviate da soli a trarre le dovute conclusioni.
Di sicuro non si aspetta che la chiamiate per chiederle come è andato l'appuntamento.
Cosa volete che vi risponda, la poverina?
Che a un certo punto della serata si è accorta che di profilo assomigliate a un ranocchio ma non è abbastanza temeraria da baciarvi per vedere se vi trasformate in un principe?
Che se continuava a rifilare una battuta via l’altra non era perché si sentiva particolarmente a suo agio, quanto perché meglio ridere delle proprie stronzate piuttosto che fingere di trovare divertenti quelle altrui?
Macchè! Non si può essere così crudeli. Non subito, almeno.

No, davvero bimbi, ve lo dico col cuore.
Quando proprio non vi viene in mente nulla di intelligente da dire, tacete.
Specie se in testa vi vengono solo domande idiote, state zitti.
Mica per niente, è che almeno ci lasciate qualche dubbio, piuttosto che un’unica, desolante certezza.

sabato 19 giugno 2010

Bistecca, aragosta, una torta di mele, un gelato alla vaniglia e una Seven-Up



Leggo che negli Stati Uniti è stata eseguita la milleduecentosedicesima condanna a morte da quando è tornata in vigore la pena capitale, e che l'asettica inezione letale è stata sostituita dal più cruento plotone di esecuzione, e non capisco.

Non capisco, cioè, se a fare notizia sia l’esecuzione in sè, o piuttosto il modo in cui è stata messa in atto.
Punto sulla seconda chance, vista l’abbondanza di ragguagli forniti dai vari articoli.

Ora ne so molto di più sulla fucilazione.
So, per esempio, che il plotone era composto da cinque bravi anonimi e volonterosi cittadini. Che in caso di ripensamenti e pentimenti futuri, potranno sempre addormentare la coscienza pensando che l’unico fucile caricato a salve era il loro.

Poi so pure che le cartucce usate erano di quelle grosse, di quelle che servono per cacciare le bestie grosse, tipo orsi, o alci, o cervi.
O assassini condannati a morte, per l’appunto.

E ancora so che i bravi anonimi e volenterosi cittadini hanno mirato e sparato contro il bersaglio debitamente contrassegnato sul torace dell’uomo.
Nel senso che prima di sparargli gli hanno fatto un bel tatuaggio sul petto.
Un po’ come quando nei film americani vedi quei tizi costretti a scavarsi la fossa da soli.

Last, but not the least, la cena. L’ultima, of course.
So cosa ha mangiato il detenuto prima di morire. Bistecca, aragosta, una torta di mele, un gelato alla vaniglia e una Seven-Up.
Speriamo non gli sia scappato un rutto al momento supremo della dipartita.
Non sarebbe fine, suvvia…

Per fortuna in Italia la pena di morte non esiste. Non come in America, almeno.
Loro hanno tutto un rigido protocollo, che osservano punto per punto.
Fanno le cose per bene, gli americani
Noi invece ai protocolli siamo refrattari, che ci volete fare, siamo un popolo di arruffoni confusionari. Poi abbiamo la crisi, i soldi non bastano per pagare l'aragosta, i tatuaggi, i pallettoni grossi.
Allora ci arrangiamo, improvvisiamo, ce la sbrighiamo alla comevieneviene.
E consci dei nostri limiti, non osiamo chiamarla condanna a morte.
No.
La chiamiamo “morte per cause naturali”. In gergo, “pestaggio selvaggio”
Ovviamente tutto fatto con discrezione, che mica vogliamo turbare le coscienze dei bravi cittadini.
Per dire,  di questa esecuzione avvenuta nel luglio 2003, voi avevate mai sentito parlare?
Io no. Ci ho sbattuto il naso ieri sera.
E guardando  queste foto, ho provato profonda vergogna, per aver vissuto sette anni nell’ignoranza.

venerdì 18 giugno 2010

Strategie


Prendi me, per esempio, quand’ero una ragazza pudica che per non dire cazzo diceva in quanto donna quello non ce l'ho.
E ci credevo, a quella storia che non c’è sesso senza amore.
E intanto che mi riempivo la testa di aulici pensieri, mi inebriavo ascoltando quella roba lì.
Cose tipo noiduenelmondoenellanima, sudinoinemmenounanuvola, iolavoroepensoate, trottolinoamorosoedududadada… abbiamo inquadrato il tipo, si?


Poi, perché c’è sempre un poi in agguato, le cose cambiano. 
Chiamala esperienza, maturità, vecchiaia, chiamala tegolate che ti arrivano in serie tra noce e capo di collo,  insomma cominci a vedere le cose in modo diverso. 
A sentirle in modo diverso. A chiamarle in modo diverso.
E intanto che cambi tu, il tuo modo di sentire, parlare, pensare, cambiano pure i tuoi gusti musicali.


E allora, direte voi, che c’è di male?
Nulla. 
Se non fosse che io ho un viziaccio. La musica mi piace ascoltarla al massimo del volume.
E intanto che ascolto canto. Al massimo del volume. 
Che io cerco pure di darmi un freno, un limite, conscia di non possedere grandi doti canore. 
Ma non ce la faccio. È più forte di me. Appena parte il pezzo, parto pure io. È quasi immediato. E non importa se sono a casa, in macchina, in ufficio. Io canto.


E allora, direte voi, che c’è di male?
Nulla. Se non fosse che abito in un piccolo paesino del sud dove ci si conosce tutti. 
E dove la donna, almeno apparentemente, è santa, e certe cose non le dice, non le fa, figuriamoci poi cantarle.
E invece io le canto. 
Intanto che passo lo straccio, con le finestre aperte, io canto. 
Il vero che muore succhiandomi quello che in quanto donna non ce l’ho. A tutto volume. Scopami tra fiori urlanti. Più e più volte al giorno. 
Tanto che la mia vicina, quella santa donna che pure lei se la fa cantando tutto il giorno le tagliatelle di nonna Pina, qualche giorno fa non ha resistito ed è venuta a bussare alla mia porta.


- Scusa se ti disturbo, sai, ma è da un po’ di giorni che ti sento mandare una canzone, volevo sapere di chi è, è parecchio ritmata, mi piace, la voglio ascoltare.


Per un attimo presa dall’entusiasmo di poter condividere la mia musica con qualcuno ho pensato di prestarle il cd. 
Poi mi è scattato il parallelo: la mia timida vicina e gli Afterhours, le tagliatelle di nonna pina e le strategie dell’apnea… 
Da domani, lo giuro,  pulizie a porte chiuse. E se proprio fa troppo caldo, un bel cd di Biagio Antonacci nello stereo e non se ne parla più

giovedì 17 giugno 2010

Le regole dell'attrazione


È che mi piacerebbe capire come funziona la storia.


Se è veramente questione di chimica, di ferormoni, di quadrature astrali, di destino, o se non sia piuttosto una questione di ricettività.

Tipo che ci sono di quei giorni che te ne vai sorridendo incontro al mondo, e gli sorridi anche se il mondo ha questo buffo aspetto di panino del macdonald in cui affondi i denti, una volta, due, tre, con l’appetito e la voracità da ultimo giorno di gozzoviglie prima della carestia, incurante della salsa che ti cola impiastricciandoti bocca e mani, ignorando il pensiero che se non la pianti di ingozzarti così poi ti verrà il mal di stomaco.

Tipo che ce ne sono altri, invece, di totale inappetenza, in cui tu siedi compunta a tavola, inappuntabile col tuo bel tovagliolino sulle ginocchia, mentre pietanze raffinate ti sfilano sotto il naso, e tu ne ammiri l’elegante disposizione nel piatto, ne aspiri il profumo delicato, individui i singoli ingredienti intanto che spilucchi senza vera voglia, e con la mente sei già altrove.

martedì 15 giugno 2010

Mostro


Basta parlare, sorellina, dobbiamo muoverci.
La notte non dura che poche ore, abbiamo molto lavoro da fare prima che arrivi l'alba.
No, non serve rimandare, fattene una ragione.
Sei stata una pazza, una stupida pazza avventata.
Non dovevi cedere, non dovevi dare ascolto al tuo cuore.
Lui non sa come è li fuori, ma tu si. Tu lo sapevi che non tira aria buona per quelli come lui.
Succede solo nei film di Disney che mostri diventino i migliori amici dei bambini.
Nella realtà i mostri fanno paura.
Sono scomodi.
Tu lo sapevi, che era meglio per lui restare nel buio e nel silenzio, ignorato da tutti, al sicuro, protetto.
Non tentare di giustificarti, non serve.
Non scuotere la testa, non allargare le braccia in segno di impotenza, potevi scegliere, ignorare la sua preghiera.
Potevi far rumore, tanto rumore, per non sentire i suoi colpi.
Potevi alzare al massimo il volume dello stereo, e passare e ripassare quella cazzo di aspirapolvere, che di polvere da tirar via ce n'è sempre.
Potevi fare andare la centrifuga al massimo dei giri, più e più volte, fino a strizzare anche l'ultima goccia d'acqua dalle tue lenzuola.
Ed ora è inutile recriminare, sorellina, è inutile piangere sul latte versato, è solo colpa tua.
Guardalo, il tuo mostriciattolo, come l'hanno ridotto.
Hanno rinnegato la sua natura di essere eccezionale e ne hanno fatto una cosa ridicola.
Guarda come è goffa la sua andatura, ora che i suoi piedi sono costretti in quelle ridicole scarpe stringate che non è nemmeno capace di allacciare da sè.
E quei vestiti, guarda come gli stringe il collo la camicia, sembra gli manchi l'aria.
E guarda le sue spalle, sempre più curve, sotto il peso delle tante parole vuote e inutili, ne sono state sprecate tante, e tante ancora se ne sprecheranno se non ti decidi a far qualcosa.
No, non serve a niente protestare, no, non te lo daranno indietro il tuo mostro.
Perchè il mostro, per loro, non esiste. Ti diranno che è solo frutto della tua fantasia.
Non capisci, sorellina? Non importa, sbrigati con quell'ago, manca poco all'alba, presto, metti ancora un po' ovatta qui, ecco, ora gli occhi, e quella bocca, perdio, un po' più sorridente, deve avere l'aria serena e rassicurante...ecco, ora va bene, il sostituto è pronto, corri, adesso, manca davvero poco all'alba.
Non preoccuparti, nessuno si accorgerà della differenza, nessuno vorrà accorgersene.
Leva questi stracci al tuo mostriciattolo e riportalo in cantina.
E poi vai a riposare un po', è stata una notte lunga.
Domani potrai fingere di nuovo, era solo un gioco, è solo un gioco, non è niente di importante.
Loro avranno di nuovo un pupazzo con cui giocare, i pupazzi non fanno paura.
E adesso dormi, sorellina.
Dormi.