venerdì 26 luglio 2024

Il cerchio della vita


Un passo dietro l'altro, l'adulto traccia la strada, il piccolo lo segue,  orma su orma, ognuno col suo bagaglio. Ogni passo un racconto, un perché, una spiegazione, in un dialogo senza sosta.

Camminano e parlano,  si raccontano, qualche passo più indietro la donna li segue in silenzio.

Poi rallenta, un po' per rubare uno scatto, un po' per allungare il momento, un po' ripensando all'adulto da bimbo, alle sue mille curiosità, ai suoi mille discorsi. #fatherandson #mother 

giovedì 25 giugno 2015

Un attimo prima che venga giù la neve

Lara si era alzata presto quella mattina, nonostante fosse domenica.
Aveva fatto colazione accarezzando pigramente il gatto, e poi era uscita fuori a stendere i panni.
La notte aveva lasciato una patina di ghiaccio sui parabrezza delle macchine parcheggiate in strada. L’aria era ancora rigida, le mani le dolevano per il freddo e si era dovuta fermare più di una volta a riscaldarle prima di proseguire con il bucato. Poi era tornata in casa, aveva richiuso in fretta il balcone, ed aveva iniziato a lavare i piatti della sera prima canticchiando sottovoce un motivetto scemo per non svegliare suo figlio che ancora dormiva.
Fu un attimo, una frazione di secondo. Lara ebbe la sensazione precisa che qualcosa era cambiato, come se il mondo si fosse spostato di mezzo millimetro dalla linea sulla quale aveva camminato fino ad un istante prima.
Posò nel lavello il piatto che stava insaponando e stette immobile a sentire l’aria. C’era stato un cambiamento quasi impercettibile negli odori, forse. O era il rumore del silenzio che non era uguale, sembrava più ovattato, attutito.
Asciugò le mani al grembiule, si girò verso la finestra e sorrise: l'aveva sentita prima ancora di vederla, un attimo prima che cominciasse a venire giù.
La neve era una cosa insolita dalle sue parti, anche in pieno inverno. Trattenne a stento l’impulso di svegliare suo figlio, e rimase per un po’ a guardare i fiocchi che si scioglievano appena toccavano l’asfalto. Poi riprese a lavare i piatti, riprendendo a canticchiare il motivetto scemo.

- Mi ha chiamato l’avvocato l’altro giorno – disse più tardi l’uomo seduto al tavolo della sua cucina, fissando lo sguardo sulla sigaretta appoggiata nel piattino che Lara gli aveva dato da usare come portacenere – i tre anni sono trascorsi, bisogna pensare al divorzio.
Qualcuno le aveva detto un tempo che il divorzio sarebbe stato più duro da affrontare rispetto alla separazione. Perché è definitivo, forse. O perché riapre vecchie ferite.
Attese, immobile, che arrivasse la botta, e si preparò ad attutirla. Cercò un dolore, anche piccolo, in un punto qualsiasi del corpo. O un rimpianto, una fitta, un rigurgito di rabbia, una cosa qualsiasi.
Ma non successe nulla.
Pensò piuttosto che ci sarebbero voluti dei soldi per l’avvocato. E che non aveva nessuna voglia di tornare in tribunale.Pensò che avrebbe dovuto abituarsi a declinare il nuovo stato civile. E che il suono del sostantivo “divorziata” non le piaceva affatto. Pensò che non c’era poi tutta questa fretta di regalare altri soldi all'avvocato, anche perché mentalmente lei aveva divorziato prima ancora che scadessero i tre anni.
Pensò che il divorzio altro non era che una formalità di cui non aveva voglia di occuparsi in quel momento..
Pensò tutto questo e lo disse all’uomo che fissava il mozzicone nel piattino.
- Beh, certo, se è solo una formalità…- disse lui senza completare la frase, accendendosi un’altra sigaretta.
Lara pensò che con quegli occhiali l'uomo assomigliava molto a suo padre. E come suo padre stava diventando vecchio. Pensò che avrebbe dovuto provare un po' di tenerezza per quelle righe lasciate dal pettine tra i capelli radi, o per le scarpe tirate a lucido, come al suo solito. Pensò pure che avrebbe dovuto aggiungere qualcosa per mitigare il tono indifferente col quale aveva detto che scrivere la parola fine sul loro matrimonio era solo una formalità. Ma non le venne in mente niente.
Spostò lo sguardo alla finestra, c'era ancora qualche fiocco di neve nell'aria. Pensò che se l'uomo e suo figlio non si fossero sbrigati ad uscire a lei sarebbe toccato protrarre le pulizie nel pomeriggio.
Pensò che era stato bello, quella mattina, sentire la neve un attimo prima che venisse giù.

venerdì 5 giugno 2015

Insert coin if you want to play

-       

-       - Ciccio, sono stufa di essere io. Voglio dissociarmi da me stessa, voglio diventare una donna soddisfatta di quello che ha. Voglio essere stabilmente serena e mediamente appagata nel tempo, basta con ‘ste montagne russe, mezzora in cielo per poi precipitare nell’insoddisfazione grigia e sbruffosa.

-       -  Ma che ti manca?


-       -  Quello che non ho. Se ho il fuoco voglio il ghiaccio. Ho il ghiaccio e sogno caminetto e plaid, mi danno il plaid e voglio un kitesurf. Che poi che cazzo ci faccio io con un kitesurf che a malapena so nuotare…

-      -  Te devi fare come la Tiziana.


-       -  Va in kitesurf avvolta nel plaid?

-      -   Più o meno. Ha due uomini. Con uno ci fa gran discorsi che appagano la sua mente, e tra un discorso e l’altro scopano a livelli accettabili. L’altro è un idiota che parla solo di calcio e di sua madre ma in compenso è un distributore automatico di orgasmi.


-     -    ‘na roba tipo “Insert coin and play again”?

-      -   Tipo.


-        - Ciccio, io monete non ne tengo manco per il distributore del caffè. Pago sempre con la carta di credito.

-
 - Allora sparati.

venerdì 20 dicembre 2013

Alone together

Ti fermi a far due chiacchiere coi colleghi al 
distributore del caffè prima che inizi la ressa, e
 tra una parola e uno sbuffo di fiato condensato per il freddo capisci che quello, anche da lontano, non ha mai smesso di occuparsi di te, c'è chi vigila al posto suo che non ti metta nei guai, col carattere del cazzo che ti ritrovi.

Ammutolisci pensando ancora una volta a quanto sia ingiusto lo spreco di sentimenti non corrisposti.

Ti stringi un po' di più nel cappotto, che ti pare che il freddo sia diventato più freddo, le facce intorno a te più ostili, il senso di vuoto che da qualche giorno ti porti dentro più profondo, e ti chiedi come sarebbe stato se...

mercoledì 18 dicembre 2013

Untitle



La ragazzina armata di spatola e cera mi gira intorno strappando peli e intanto mi parla del sesso col suo ragazzo con una naturalezza inimmaginabile per me alla sua età. 
Mi torna in mente stamattina, il ricordo della sua risata gioiosa stride col mio gesto istintivo di chiudere a chiave la porta del bagno. 
Sono sola in casa, da quale sguardo indiscreto mi devo proteggere?
Vedi madre, molte delle cose che mi hai insegnato le ho infilate negli angoli più nascosti di cassetti e stipetti. Qualcosa della tua rigida educazione però sopravvive, nonostante tutto.

Ho veramente poco da rimproverarti, madre.
Ci sei stata sempre nei bisogni materiali moltiplicando le energie con una forza che io non ho, e provi ad esserci ancora anche se il tuo fisico malato non ti permette più di essere quella di un tempo.
Ma mi hai lasciata sola nel compito più complicato.
Essere donna, prima che moglie e madre e figlia e sorella.

E' stata la bionda, proprio quella che ad una occhiata avevi giudicato come "zoccola", ad insegnarmi che più che le teglie di lasagne al forno e le cotolette cotte con attenzione perchè la panatura risultasse appena dorata come piaceva a lui, aiuta una sfilza di mutande di pizzo e calze autoreggenti stese in bella mostra ad asciugare.
Io le mie mutande di pizzo le appendo allo stendino al riparo da occhi indiscreti, che tra l'essere come la bionda e l'essere come te c'è una ragionevole via di mezzo che percorro tra dubbi e consapevolezze.

Ho un rimpianto stamattina, madre. Non avere avuto una figlia femmina.
Le avrei insegnato anche a cuocere alla perfezione le cotolette dorandole senza farle bruciacchiare. Ma soprattutto l'avrei aiutata e incoraggiata e sostenuta nel suo percorso di donna.
Non l'avrei soffocata con i no e i non si fa e i non si dice.
Li rispedisco al mittente i tuoi no, madre.
Mi tengo l'amore incondizionato che ho per te, che tu hai per me.
Con la consapevolezza che tu, meglio di così, non avresti potuto, saputo fare.

lunedì 16 dicembre 2013

Il profumo delle arance di Carlo è rimasto attaccato alle mie mani, resistendo all'odore chimico del detersivo dei piatti e della cera dell'estetista.
Ne ho sbucciate e mangiate due, appena arrivata a casa, giusto il tempo di riprendere fiato dopo aver fatto due piani a piedi con la cassetta piena zeppa che mi segava le dita, e la loro essenza mi si è incollata addosso.

Hanno un buon sapore, le arance di Carlo.
Buono come il suo sguardo limpido e sincero e come l'aria che si respira a casa sua.
Una casa tranquilla, pulita, ordinata, nelle campagne di Gabella, dove ogni cosa occupa un posto preciso, e le persone conoscono esattamente qual'è il loro ruolo e lo portano avanti senza dubbi o esitazioni.
Le due ragazze sedute composte intrattengono l'ospite conversando come signorine di altri tempi. 
La moglie si vede dal piglio che ha che è quella che dirige la baracca, ma restando sempre un passo dietro al marito, cui tocca il ruolo indiscusso di capo della casa.
E lui, il capo, travolto dalle chiacchiere di quattro donne, ogni tanto annuisce quando qualcuna lo chiama in causa, altrimenti ascolta silenzioso. 
Ma lo senti, lo capisci, che è il centro della casa, il perno attorno al quale ruota tutto.

E' una casa di altri tempi, la casa di Carlo, circondata dagli alberi di arancio. 
Qui tutto è esattamente dove deve essere, al suo posto. 
E per il tempo di un caffè mi ci sono sentita pure io, al mio posto, ho avuto anch'io un ruolo da portare avanti senza dubbi o esitazioni, eco di un passato lontano che non rimpiango ma che pure mi ha lasciato monca di qualcosa. 
Per il tempo di un caffè mi si è scrollato di dosso questo senso di incertezza del vivere entro confini tracciati nella sabbia che continuano a spostarsi ad ogni soffio di vento, ritrovando l'abbraccio rassicurante delle certezze di un perimetro ben tracciato.

venerdì 6 dicembre 2013

L'uomo ideale



Lei non ce l’aveva, un uomo ideale.
Ma se l’avesse avuto, avrebbe dovuto essere alto, più alto di lei.
E imponente, che si capisse subito, alla prima occhiata, a chi apparteneva il ruolo dell’uomo tra i due.
Avrebbe dovuto vestire di quel casual raffinato non troppo modaiolo, fintamente trasandato ma comunque elegante: jeans di buon taglio, camicia, pullover in tinta unita, giacca, e perché no, anche una di quelle sciarpe morbide morbide che se le annodi nel modo giusto danno quel tocco in più.
Barba e capelli lunghi ci potevano stare, purchè curati.
E poi modi pacati, voce profonda, eloquio tranquillo e garbato che sale di tono quando la discussione appassiona.
Che altro?

Guardò l’uomo intento ad infilarsi i calzini cercando ispirazione.
Alto non era, coi tacchi  lo superava.
Imponente nemmeno, anche se non si poteva definire gracile.
Casual assolutamente si: non le veniva in mente niente di più casuale del criterio con cui stava infilandosi indumenti su indumenti.
Camicie manco a parlarne. Giacca, non pervenuta.
Barba e capelli quelli c'erano, era la cura che mancava.
Sull’eloquio tranquillo e garbato meglio stendere un velo pietoso.

Eureka! Il culo.
Il suo uomo ideale avrebbe dovuto avere un bel culo.
E lui, il casual, ce l’aveva. Due chiappe belle tonde e polpose da fare invidia ad una donna.
Peccato che le nascondeva in quei cazzo di jeans sformati, manco a potersene far vanto, manco a poter dire alle amiche “Toh, bestie, guardate che bel culo mi porto a spasso, rosicate voi coi vostri piattumi!”

- Andiamo?
Il casual era pronto, era ora di andare.
Trattenne l’impulso di chiedergli ago e filo per sistemargli il buco che aveva nel maglione.
Lei non ce l’aveva, un uomo ideale, ma era sicura che se l’avesse avuto non poteva essere uno che usciva con un buco nel maglione.
Si interrogò una volta di più su quali fossero i meccanismi che regolano l’attrazione tra un uomo e una donna.
Smise di cercare risposte quando lui la bloccò sulla porta e ricominciarono a baciarsi.

Tornando in camera, dell’uomo ideale rimasero solo le chiappe tonde e sode.

venerdì 1 giugno 2012

20 consigli per guarire un cuore infranto

Il banner campeggiava sulla home page di Msn, ieri.

Ho cliccato ed ho iniziato a leggere.

Il primo consiglio era “ Concedersi un bagno da regina”.

Non sono andata oltre. 

Ho smarrito il tappo della vasca da bagno non so più quanto tempo fa.

Mi tengo il cuore infranto.

Anche perché l’idea di mettermi a mollo come un baccalà con una corona di cartapesta in testa non è che mi scompinferi più di tanto.

L’insostenibile pesantezza dell’essere



L’insostenibile pesantezza dell’essere.
Dell’essere convinti, intendo.
Belli.
Intelligenti.
Spiritosi.
Interessanti.
Bla.
Bla.
Bla.
Uff.

mercoledì 18 maggio 2011

Era de maggio



Maggio, il primo caldo e il profumo esasperante dei tigli in fiore che acuiscono il senso dell'assenza, la mancanza.

Maggio e il punto e accapo che con te non è mai stacco definitivo, ma un lento trascinarsi e trasformarsi e altalenarsi di sensazioni, sentimenti, pensieri, rivisitazioni, conclusioni.

Maggio e l'inizio della fine che continua a riproporsi come un leit motiv che accompagna la tua vita: cambiano personaggi e situazioni, ma la trama della storia resta sempre quella.

Maggio e l'estate che quest'anno non esplode, e continua ad alternare giornate calde ad altre fredde e piovose, nelle quali il profumo dei tigli in fiore si disperde, rendendo meno pungente e doloroso il senso dell'assenza.

O forse è solo che ha ragione Lella, non si ama mai nello stesso modo e con la stessa intensità, e se sei già stata all'inferno una volta non ti può capitare di tornarci ancora.

Così che questo Maggio ha i colori tenui del Purgatorio, la certezza di una pena indefinita ma non infinita.


martedì 17 maggio 2011

Brava Giulia




- E il tuo sogno nel cassetto, ce l’hai ancora?

Si versò dell’altro vino sotto lo sguardo sorridente dell’uomo, frugando velocemente nella sua memoria per capire a cosa si riferisse.

La lista dei progetti e delle “cose che prima o poi farò” era lunga, ma niente era così importante da potersi definire un sogno nel cassetto.



- Il tuo sogno nel cassetto – la incoraggiò lui – avere un compagno, ci pensi ancora?



L’uomo sembrava così sicuro di quel che diceva che per un attimo dubitò di se stessa.

Eppure era convinta che mai, nei suoi discorsi, aveva menzionato il desiderio di avere qualcuno accanto se non, forse, in uno di quei momenti di solitudine e stanchezza che ogni tanto le capitavano.



Sfoderò un sorriso il più possibile convincente mentre rispondeva che no, avere un compagno non rientrava nelle sue aspettative e che si, lei stava bene con se stessa.



Lui la interruppe elencandole quelle che credeva fossero le sue ferite non ancora del tutto rimarginate, le paure che avrebbe dovuto decidersi a superare definitivamente, che le impedivano di essere veramente se stessa.



Provò a riappriopriarsi della conversazione parlandogli di equilibri raggiunti a fatica che non aveva intenzione di compromettere se non ne fosse davvero valsa la pena.

Ma venne interrotta di nuovo.



- L’equilibrio non lo comprometti, se hai di questi timori vuol dire che il tuo non lo hai ancora trovato.

Giocò infine la carta dell’amore


– Potrei anche pensarci se mi dovesse capitare di innamorarmi ancora.



La guardò come si guarda una bimba che ha appena affermato di credere agli gnomi, alle fate e ai boschi incantati. E le disse che no, l’amore non esiste, esistono solo individui con i loro bisogni che provano a costruire un percorso insieme.



In un altro momento forse si sarebbe appassionata al discorso e avrebbe ribattuto trasformando quel semi-monologo in un dialogo, contrapponendo le sue incertezze alle certezze dell’uomo. Quella sera però le mancava la voglia, e la testa le girava per il vino.



Così lo lasciò parlare limitandosi ad annuire, anche quando lui volle dire la sua sul rapporto con suo figlio, anche quando criticò benevolmente i suoi gusti musicali, che non si addicevano ad una donna come lei.

Finchè fu l'ora dei saluti.



A casa ripensò alle parole dell’uomo, per quanto le seccasse che un estraneo avesse scavato così a fondo nel suo essere analizzando le poche parole che si erano scambiati, forse ci aveva visto giusto. Non aveva ancora raggiunto il suo equilibrio definitivo.

Lo avrebbe trovato, da sola.



Assaggiando, testando, seguendo l’inclinazione del momento, sbattendo la testa contro un muro, cadendo e sbucciandosi le ginocchia per poi rialzarsi e continuare a camminare fino alla prossima caduta. A ritmo di rock, avvolgendosi in un blues, perdendosi in una ballata romantica.

O canticchiando una canzone di Vasco, anche se i suoi testi non erano abbastanza profondi per lei, anche se quel tipo di musica non si addiceva ad una donna come lei.



Non aveva fretta.

Ma soprattutto, non aveva bisogno di un mentore che le indicasse la strada da seguire.

martedì 31 agosto 2010

Paolo Nutini Autumn

Mancano ancora un po' di giorni all'arrivo dell'autunno.
Ma c'era una luce diversa stasera, col sole che ha squarciato d'improvviso le nuvole un'ora prima del tramonto, come un uomo che ha dormito un lungo sonno dopo aver lavorato instancabile giorni e giorni, e svegliatosi riposato e rinfrancato, sbadiglia e si stiracchia prima di addormentarsi di nuovo.
Anche l'aria è più fresca, e accarezza lieve la pelle mentre
il filo sottile del fumo della sigaretta si attorciglia al filo di malinconia che mi accompagna in quest'ultima notte di agosto.
Il mio nuovo giubbino di (finta) pelle fa bella mostra di se sulla gruccia, e aspetta che l'estate finisca davvero per essere indossato.

Senza parole

la fantasia


la realtà



oggi



ieri




venerdì 27 agosto 2010

Spiriti liberi



La notizia è vecchia di due settimane ma mi è rimasta sul gozzo insieme al pranzo di ferragosto, per cui tanto vale ricicciarla fuori così ci mettiamo l'anima in pace e non se ne parla più.

Intanto ammetto di essere un po’ prevenuta: uno che di nome fa Eusebio non so perché, ma d’istinto non mi fa ben sperare sulla sua perspicacia. Se poi al nome da fessacchiotto si aggiunge l’aggravante della militanza nel PDL ce n’è abbastanza per farlo rientrare a pieno titolo, secondo il mio personalissimo metro di giudizio, nella categoria dei “diversamente dotati di facoltà intellettive”.

Detto questo, io c’ero.
Al concerto dei Litfiba, intendo. Non proprio a quello incriminato, ma tanto i discorsi erano più o meno gli stessi.
Ed ho esultato.
Ad ogni invettiva contro il governo, l’opposizione, la mafia, santa romana chiesa, i massoni, io ho esultato e applaudito, insieme ai ragazzi del pubblico.
Proprio quelli di cui tanto si preoccupa il solerte assessore alla cultura e alle politiche giovanili del comune di Palermo.
Che teme, poverino, che le giovani menti possano essere fuorviate e plagiate dall’uomo nero che si professa spirito libero e che si è rotto il cazzo (solo lui?) di Dell’Utri e Papi e compagnia bella (bella? Vabbè, si fa per dire!).

Ora io non mi soffermerei più di tanto sul fatto, ovvio, che è ancora in vigore l’articolo 21 che garantisce a tutti il diritto di esprimere il proprio pensiero nei modi che ritiene opportuno, ivi compresa la musica, per quanto la cosa possa dar fastidio a qualcuno.

Vorrei piuttosto rassicurare il buon Eusebio spiegandogli che buona parte dei ragazzi che va ai concerti applaude e acclama trascinata dalla foga del momento, per qualsiasi stronzata dica il tizio di turno col microfono in mano. Per cui stia pur tranquillo, il nostro assessore, che le parole di Pelù hanno attraversato le testoline dei giovani virgulti giusto il tempo di entrare in un orecchio e uscir dall’altro senza lasciare tracce o residui alcuni: la disponibilità di cervelli lobotomizzati da convertire al sacro culto di Silvio da Arcore è integra!

Poi ci sono quegli altri. Quelli che un’opinione già ce l’avevano prima di varcare il cancello dello stadio. Quelli che erano coscienti dello schifo che c’è la fuori prima ancora che l’uomo nero lanciasse i suoi strali dal palco. Quelli che applaudivano e acclamavano non solo per far caciara, ma anche perché il cazzo, di Dell’Utri e papi e compagnia bella se lo sono rotti per davvero.
E per quelli il buon Eusebio bisogna che si rassegni. Che ormai è troppo tardi per trasformarli in soldatini amorfi dell’esercito dell’Amore. Hanno il brutto vizio di pensare con la loro testa. Anche se di questi tempi non va molto di moda.

p.s.: questa non vuol essere una difesa a Pierò Pelù, che non mi sta nemmeno tanto simpatico, si atteggia un po’ troppo per i miei gusti. E' solo che ho molta più fiducia nell’intelligenza dei ragazzi di quanta non ne abbia il buon Dalì. Che farebbe bene, lui si, a chiedere scusa ai giovani siciliani per le sue parole.


giovedì 26 agosto 2010

Ciccio Bagiggio


Ma ve lo ricordate voi, Ciccio Bagiggio, quando da giovane girava per le strade del paese con il trerruote, vestito con un paio di pantaloncini, la canotta bianca a coste, le ciabatte di plastica blu, e la catena d'oro con il crocifisso massiccio al collo, gridando con la sua voce roca:
"Pisci friscuuuuu, saraghi, lici, sardi, vopi, surici....pisci friiiiiscuuuuuu"

Non è cambiato molto da allora.
Adesso al posto del trerruote tiene il mercedès, nero, con i sedili in pelle color carne, e con tanta radica ovunque, anche sul volante, persino sul pomello del cambio.

Va ancora a pesca, ma lo fa per hobbie: ha comprato la barca grande, e ci porta gli amici; e gli amici degli amici.
Ne tira su parecchio, di pesce! E te lo porta fino a casa, ma mica per vendertelo, macchè.
Ciccio Bagiggio te lo regala, e ti consiglia pure le ricette per cucinarlo.

Poi vabbè, rispetto ad allora Ciccio tiene la panza, quella tipica della gente della sua età che la tavola sa come onorarla.
Ed è un vero peccato ora che può permettersi di comprare vestiti firmati. Lo dovreste vedere d'inverno, come è buffo con quel cappotto blu che avrà pagato un occhio dalla testa, ma addosso a lui sembra uno straccio informe.

E d'estate? La sua camicia con le iniziali ricamate proprio si rifiuta di stare ben benino tesa nei pantaloni, i quali anche loro fanno un po' come gli pare, e più Ciccio li tira su, più quelli se ne calano andandosi ad incastrare nella piega del panzone.

E tu ci puoi provare a guardarlo di sopra, di sotto, di fianco, di traverso, cercando un minimo indizio di evoluzione dallo stadio di Homo vulgaris, non c'è verso, Ciccio Bagiggio è la dimostrazione vivente che signori si nasce, e lui invece è nato cafone, e non basta una griffe a cambiare la situazione.

Pizzenti arricchisciuti, li chiamano dalle mie parti. Che poi chissà come ha fatto Ciccio ad arricchire.
Oddio, qualche voce di corridoio circola, ma si sa com'è nei paesi, la gente è pronta a malignare e a sparlare dietro, che davanti sono tutti amici.
Lui di amici ne ha tanti. Gente che conta e gente che gli porta rispetto perchè conosce la gente che conta.
E poi è generoso. Lui, tanto per fare un esempio, è uno di quelli che se entra in un bar paga da bere a tutti.

Decisamente, Ciccio Bagiggio è persona di cuore, generosa, disponibile, pronta ad aiutarti.
Sempre.
Anche quando non glielo chiedi.
Se sa che hai un problema, che ti serve qualcosa, e ha deciso di prenderti sotto la sua ala protettrice, è capace di inseguirti lungo la statale mentre tu non capisci perchè continua a lampeggiarti. E quando accosti e lo vedi scendere dalla macchina col panzone, già ti agiti pensando oddio, cos'avrò fatto ora...

Lui si avvicina, con la manona ti da due colpetti sulla guancia e ti dice "Non preoccuparti, penso a tutto io, ho già chiamato un paio di persone, entro un'ora ti faccio sapere qualcosa". Tu ti senti sollevata per essertela cavata con un buffetto sulla guancia e biascichi un grazie, mentre lui si schermisce, "Ma quale grazie...fatti pregare, non è niente"

Già...non è niente.
Solo una intromissione non richiesta nella vita delle persone che magari avrebbero voluto provare a cavarsela, forse con qualche difficoltà in più, ma con le loro gambine, e invece no, grazie Ciccio, sei un grande Ciccio, vaffanculo Ciccio.

giovedì 15 luglio 2010

Unendo i puntini da 1 a 49



Seduta sulla panchina del parco dell’ospedale, unisco i puntini da 1 a 49 tracciando linee incerte sulla mia settimana enigmistica nuova di zecca e intanto guardo i piedi della gente che passa. 


Piedi che camminano veloci, che sanno dove devono andare e sanno di doverlo fare in fretta, per arrivare prima, per beccare il numerino, per sperare di essere a casa per l’ora di pranzo. 

Piedi che camminano incerti, si fermano a chiedere indicazioni date quasi sempre in modo impreciso e svogliato, sballottati dal reparto, all’ufficio tickets, al CUP, all’ambulatorio.
Piedi che se la prendono comoda. Indossano quasi sempre zoccoli verdi o bianchi e vanno senza fretta, portando carte o fumando una sigaretta, chiacchierando delle ultime novità del reparto. Tanto i pazienti pazientano, aspettano stipati nelle sale d’attesa tra ascelle sudate e aliti pesanti, qualche zingarella che viene a chiedere l’elemosina, e l’ambulante cinese che cerca di vender loro un accendigas. 

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, annerisco con la penna gli spazi con il puntino e fumo una sigaretta. Dal groviglio di linee curve emerge la figura di un guerriero antico, greco o romano non saprei dire.
Ho scoperto di recente che mi piacciono i film epici. Ho pianto fino a farmi venire il mal di testa guardando Troy, un po’ meno con 300.
Mi commuovevo anche da ragazzina, quando l’Iliade ce la facevano studiare alle medie e provavo una forte antipatia per Achille.
Ettore invece era il mio eroe. Forse perché era solo un uomo, fragile come tutti gli uomini, nessuna corazza invisibile proteggeva le sue carni durante la battaglia.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale, fumo una sigaretta e guardo la gente. Dormire sotto i ponti non è un modo di dire. Li ho visti stamattina arrivando in città, un uomo e una donna sbucare da sotto il cavalcavia. Avevano l'aria di chi si è appena svegliato, ma tornerebbe volentieri a dormire. Alle loro spalle un materasso, un angolo di coperta azzurro stinto, un bidone di plastica gialla.

Un ragazzo si avvicina barcollante e mi chiede una sigaretta. Ha la schiuma alla bocca e la faccia da bambino, non puoi aver paura di uno con la faccia cosi, potrebbe essere tuo figlio. Gli passo il pacchetto, lui ne prende una. Mi ringrazia sorridendo poi mi manda un bacio con la mano e si allontana.

La tipa fuori di testa è seduta da mezzora alla stessa panchina, parla con chiunque le capiti a tiro. La gente dopo un po’ si alza e se ne va e lei continua a parlare da sola. Ma il sole picchia, e quello è l’unico posto al fresco ancora libero. Tra il sole e la matta la gente sceglie quest’ultima. Tanto basta far di si con la testa continuando a pensare ai fatti propri.

Il tizio che si avvicina trascinando una grande busta non ha per niente una faccia rassicurante. Vuol vendermi un anello, gli dico che non mi interessa. Vuol vendermi un paio di jeans, gli dico che non mi interessano. Tu compra, jeans buoni, prezzo buono, tu ha bisogno, pantalone tuo rotto. E intanto mi tocca la spalla, e intanto indica i miei jeans con i tagli sulla coscia. Gli dico in malo modo che non mi serve nulla, infastidita dal fatto che mi viene troppo vicino. Se ne va lanciandomi un’occhiata di disprezzo, tu non ha soldi nemmeno per comprare pantalone nuovo. M’ha presa per una pezzente. Ma vaffanculo.

Seduta su una panchina del parco dell’ospedale guardo le linee incerte che uniscono i puntini da 1 e 49 e non capisco cosa ho disegnato. Però ho chiuso il cerchio, lasciando fuori i tarli che rosicchiano e corrodono. Al loro posto è rimasto un bruco che cammina a passi lenti sopra il cuore tenendomi compagnia, e che ogni tanto mi fa il solletico e mi pizzica il naso.

martedì 13 luglio 2010

Where did you sleep last night



Così ho seguito il tuo consiglio.

Ho messo due cose nello zaino, ho fatto il pieno, ho pulito il vetro della macchina che il serbatoio dell’acqua è sempre vuoto, ho spento il telefono e sono andata.
Non è successo subito.
Ero li, seduta al suo fianco, facevo domande, davo risposte, mi guardavo intorno senza vedere, restando aggrappata al filo dei miei pensieri.


Poi ha allungato una mano, mi ha sfiorato il viso. Un gesto casuale, o forse un modo per richiamare la mia totale attenzione, non so.
Però da quel momento in poi è andata proprio come hai detto tu.
I pensieri sono evaporati.
Ho staccato completamente la spina dal ieri, dal domani.
È esistito solo l’adesso.

Un uomo, una donna, il pezzo d’autostrada più bello d’Italia, giù, fin dove Scilla tende la mano a Cariddi.
E poi di nuovo su, la statale che ti porta all’altro mare, senza fretta, senza una meta precisa, discorsi leggeri, la musica, l’influenza della luna sul nostro umore, guarda che bello quello scorcio, senti che stacco che dà qui il basso.
Il sapore del pesce spada marinato, il profumo dell’origano e dell’olio d’oliva sulla focaccia caldissima, la Falanghina che scende nella gola fresca al punto giusto, le gambe che si allungano sotto il tavolo, le mani nelle tasche dei pantaloni, il pensiero che non è quello il modo appropriato per stare seduti al ristorante ma adesso non importa, sto bene così.
La sua mano che si chiude a pugno battendo sul petto, siamo pochi, è vero, ma resistiamo. E poi la riapre, con l'altra a suonare la batteria sul tavolo, sfidandomi a indovinare il pezzo

Progetti.
Un giorno, quando ne avrò abbastanza di carte nella mia vita, aprirò un ristorante.
Un giorno, quando avrò abbastanza soldi, restaurerò le due stanze che ho nel borgo antico e ne farò una piccolissima locanda, pochissimi coperti, solo per gli amici, una stufa a legna di quelle che si usavano una volta.
Poi la locanda prende vita dalle nostre parole, e le due stanze non bastano più a contenere i nostri progetti, i dieci tavoli, il caminetto, la stanza per fare musica dal vivo, solo unplugged però, solo per poche persone, e allora si comprano le due casette del medico, sono attaccate l’un l’altra da un passaggio in pietra, dovresti vederlo, è fantastico.
Ed io lo vedo, e già mi sono innamorata, del borgo, del passaggio in pietra, della locanda, degli amici che si ritrovano a fare musica, e glielo dico.
Facciamolo insieme, ribatte, ed io rispondo si, facciamolo, e lo dico sul serio, perchè è adesso, e tutto è possibile, fattibile, realizzabile.

E ancora il sapore della prima sigaretta dopo sei mesi, e la testa leggera per il vino, e l’aria della notte, e i Doors a tutto volume e lui che si esalta parlando di Jim Morrison che forse non è morto, e poi gesticola mentre guida un po’ troppo veloce, e potrebbe anche finire qui, stasera, sul pezzo d’autostrada più disastrato d’Italia.
Invece non finisce, e siamo nel piccolo borgo, mi mostra il passaggio in pietra, e i balconcini con la ringhiera in ferro battuto, e la voce struggente di Kurt Cobain è il sottofondo ideale, sembra quasi rivivere, bello e dannato con la sua chitarra, tra queste mura antiche.

Il sonno è arrivato improvviso, pesante, immediato, come una saracinesca che si abbassa all’ora di chiusura, tutti fuori, solo buio, e silenzio.
Quando mi sono svegliata l’adesso era sparito, lasciando il posto all’oggi. Aprire gli occhi e ritrovare intatti i miei pensieri, gli stessi di ieri, uguali a prima dell’adesso, è stato un tutt’uno.
Ho rispettato il copione, ho sorriso, allungato una mano, e con la testa ero già fuori, in viaggio verso casa.
In macchina ho riacceso il telefono e ti ho trovato, ciao splendore come va.
Avrei voluto scrivertelo, che avevi ragione, i pensieri si possono scacciare, ma sono come cani fedeli, li ritrovi ad aspettarti dietro la porta. Ma tanto il silenzio che segue il fracasso della baldoria lo conosci benissimo, anche se fai di tutto per non sentirlo.

I live uptown I live downtown I live all around

My girl my girl where will you go

mercoledì 7 luglio 2010

Il Signor Nessuno.




La notizia è vecchia di più di una settimana, ormai.
Come vecchia è la notizia della morte di Pietro Tarricone.
Massimo rispetto per entrambi, per carità, si però...
Uno è morto per sfizio, lanciandosi col paracadute.
L'altro è morto in ospedale dopo un incidente sul lavoro alla ThyssenKrupp di Terni.
Dell'uno si è parlato perfino al tiggì.
Sull'altro, silenzio di tomba.
Si, lo so, Leonardo Ippoliti non era famoso, è dovuto morire perchè qualche blogger si occupasse di lui.
Però aveva un bel sorriso, e doveva essere un compagnone, almeno a giudicare dalle foto che i suoi colleghi hanno mandato su youtube.
Loro, i colleghi, pare non abbiano nemmeno potuto partecipare al suo funerale.
Azienda e sindacati hanno deciso che la fabbrica non poteva fermarsi, nemmeno per un turno, nemmeno per dare l'ultimo saluto al signor nessuno.

The Crows



Ombre scure, malefiche

Hanno fiutato la preda

Gracchiano

Con voce stridula, fastidiosa

Ridono scioccamente

Si avvicinano

Con cautela, guardinghe

Osservano la carcassa

Fameliche

I loro occhi, maligni

Pregustano il pasto

Affondano

Nella carne tenera

I loro becchi affilati

Stupide

Creature senza cuore

Senza spina dorsale

Nutrono
Con carne morta

La loro carne morta

 
 

All you fascists


Si, lo so, non si fa.
Infierire sul nemico, dico. Non si fa.
Non è politically correct. Non è fine.
Non è da signore per bene.
Però io, che sono popolana, del bon ton me ne frego e infierisco.
Oh.
 
No, perché non se ne può più, di incassare con stile e eleganza.
Qua bisogna reagire.
Bisogna passare al contrattacco.
Bisogna usare le loro stesse armi.



Così l’ho fatto.
Ho stampato l’articolino che parla del consigliere provinciale del PDL.
Si si, proprio lui, il novello Mussolini. Quello che, in preda a visioni mistiche per consumo eccessivo di coca, si è affacciato al balcone facendo proclami.
Qualcuno poteva avvisarlo, però, che non era il balcone di piazza Venezia, ma quello della casa delle trans su cui stava indagando.

E quindi niente.
Ho stampato l’articolino, ci ho scritto su due note a margine, e l’ho consegnato al mio collega destrorso, appena rientrato dalle ferie. Lo stesso che mi aveva massacrata all’epoca dei fatti di Marrazzo. Devo ammettere che ha reagito sportivamente. Mi ha perfino offerto il caffè.

Si, lo so, non si fa.
Stuzzicare un laido maiale fascista, dico, non si fa.
No, perché con l’aria che tira non si sa mai, come andremo a finire.
E se arriva davvero la dittatura, quello, l’autista porco e fascista, come minimo lo mettono in uno squadrone della morte.
E allora si, che sarebbero cazzi amari!

Prudenza, occorre prudenza! Che i tempi sono bui e il futuro incerto.
Solo che a essere prudenti non ci si diverte.
E invece io, l’altra mattina, ho ghignato come una matta.

L’ho aspettato al varco.
L’autista porco e fascista, dico.
Quello che da sei anni mi rompe le palle chiedendomi il voto ad ogni elezione pur sapendo benissimo da che parte sto, e poi attacca la solita filippica anticomunista tipica del fascista idiota.
Quello che più lo tratti di merda e più ti srotola tre metri di lingua manco fosse un labrador all’equatore.

La musica ce l’avevo già pronta nel media player.
La gambetta l’ho accavallata al momento giusto, girandomi di tre quarti sulla poltrona intanto che partiva a tutto volume “Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce e portate il martello...”

Il messaggio era chiaro: tu bestia fascist, io bella comunist, gira al largo che non c’è trippa per gatti!
Ma non sono del tutto sicura che lo abbia recepito!
D'altronde, da un fascista, per giunta stupido, per giunta laido, cosa ti vuoi aspettare...